Basta coi lamenti!!!

Il titolo, e l’immagine, del post sono miei.

Il testo, bellissimo,  è quello della Omelia dell’Arcivescovo di Trento.

Lo riporto integralmente:

Omelia s. Messa di Ringraziamento per il Beato Mario Borzaga

(30 aprile 2017 – Cattedrale di Trento)

 

“Lo stato di salute di una persona, di una società, di una comunità ecclesiale è direttamente proporzionale alla presenza dell’esperienza del “grazie”. Il segnale della patologia è, invece, la frequentazione del lamento. Dobbiamo riconoscerlo con molta onestà: in questo momento, esso è diventato addirittura “sistema”. La nostra vita è spesso segnata dal mormorare. I due discepoli di Emmaus sono, in tal senso, la nostra icona. Anche le pagine dell’Antico Testamento denunciano ripetutamente la realtà nefasta del mormorare. Perché questo atteggiamento è tanto grave, oltre che fonte di tanta tristezza? La risposta va cercata, ancora una volta, nelle stanze oscure dell’autoreferenzialità e del narcisismo, dominate dalla paura degli altri e dall’allergia al fidarsi, al dare credito. Quando, guardando fuori di noi, vediamo solo nemici e avversari; quando le colpe sono sempre degli altri oppure tendiamo a diventare paladini di visioni e di cause soggettive, dando ad esse i caratteri dell’assoluto, allora rischiamo di porci fuori dalla realtà, per dirla con l’Apocalisse: “Ti credi vivo in realtà sei morto”. (Ap 3,1) La nostra Chiesa, oggi, ha l’occasione di essere liberata da questo rischio. Mentre rende grazie per la testimonianza di padre Mario, scopre di essere stata grembo fecondo. Generare un Martire non è operazione da poco. Il Martire è garanzia della presenza viva del Risorto e del suo Santo Spirito. Questa salutare provocazione illumina il cammino della nostra Chiesa. Essa non è chiamata tanto a generare operatori pastorali, ma testimoni della Bellezza seducente di Gesù di Nazareth. Ad essa ha continuato a far riferimento per tutta la sua vita il nostro Beato, Cristo è davvero stato il “chiodo fisso” della sua vita, mi si passi il termine, l’ossessione continua della sua ricerca. Per riprendere l’espressione che il Concilio Vaticano II riserva a Maria, altra “stella polare” nella vita di padre Mario, egli “ha peregrinato nella fede”, passando per la notte oscura del dubbio e dello smarrimento. Buio e oscurità non hanno però ucciso in lui il grido drammatico con cui si è consegnato nelle mani del Padre. A Lui ha affidato non un generico desiderio di dono, ma la sua stessa vita. Commovente è constatare che in questa offerta della vita Mario ha portato con sé, come frutto maturo del suo impegno missionario, il catechista Paolo. La sfida per la nostra Chiesa di Trento, in questo momento, è intraprendere, sperando contro ogni speranza, la “santa peregrinazione” che la porti ad avere come solo tesoro il Cristo. Come vescovo, provocato dal Beato Mario, non posso esimermi dal rispondere in prima persona e con tutti voi alla domanda di Gesù: “Voi chi dite che io sia?” (Mt 16,15). Chiediamo di poter rispondere, aiutati dallo Spirito Santo, senza il quale la nostra risposta sarebbe velleitaria: “Tu sei la mia vita”, “Senza di te non posso vivere”, “I tuoi sentimenti, le tue parole, i tuoi gesti, mi fanno vivere.” Se non percepiamo Cristo come la nostra vita, ma semplicemente come un riferimento etico che si risolve in un generico: “impegniamoci per gli altri”, non avremmo futuro, non riusciremo a generare discepoli. Nella vita di p. Mario ha avuto un posto fondamentale l’Eucarestia. Le sue riflessioni trasudano la sua irrefrenabile passione per il gesto Eucaristico, a cui annetteva la capacità di generare il dono di sé. Nel brano di Emmaus il pane spezzato apre i due discepoli alla missione: “Tornarono senza indugio a Gerusalemme”. (Lc. 24,33) Quanto vorrei che l’Eucarestia domenicale tornasse ad essere il centro della vita delle nostre comunità. La Parola e il Pane della vita sono il grande scrigno in cui troviamo la forza per edificare la comunità. Nel dono dell’Eucarestia ci viene regalata la Parola “altra” di Dio, che fa sentire gratificante occupare l’ultimo posto, il farsi servo, frequentare il perdono, donare la vita. E’ Il Pane dell’Eucarestia il farmaco dell’immortalità, che ci fa passare dalla morte alla vita, attraverso l’amore per i fratelli. Infine, vorrei dire grazie ai nostri amici Hmong. Essi danno al nostro giorno di grazie, la gioia di sperimentare la fecondità della Pasqua del Signore “che raduna il suo popolo da un confine all’altro della terra” e ci permettono di constatare che per i discepoli di Cristo non esistono confini. O, meglio, i confini sono cerniere, inizio di libertà, creste dove l’orizzonte è più limpido.”

Dammi una mano, Mario.

E così, siamo alla fine.

Dopo sei mesi, da quel primo di novembre, la beatificazione e adesso la grande festa di Trento in ringraziamento e in suo onore, questo blogghetto  borzaghiano si ferma per davvero.

E’ stato un gran piacere e una gran fortuna passare questo tempo a tu per tu con Mario. Un tempo privilegiato e pieno di sorprese. La più grande di tutte? Questa: scoprire che per quanto si legga e si rilegga il Diario di un uomo felice,  si trovano sempre non una, non due, ma una infinità di cose  da dire. O meglio, per essere precisi: è il Diario che rivela ogni volta di avere una infinità di cose da dire. Basta sturarsi le orecchie e mettersi un attimo in ascolto: arriva tutto, forte e chiaro. E sempre roba nuova.

Cosa magnifica tra tutte le altre: le sue pagine parlano, sempre, personalmente a me. E scommetto che possa essere così per tutti quanti.

Ma tutto ha un termine, e anche questo tempo , pur ripreso e dilatato già una volta, è bene che finisca. Quello che non finisce è l’avere Mario per compagno di strada.

Che è quello che conta.

Ho passato questi sei mesi a scoprire i tanti lati umanissimi e normali che, tutti insieme, hanno fatto la vera straordinarietà della storia di Mario. Adesso è il momento anche per me di  guardare al Mario sull’altare, al Mario ufficialmente beato. Un pochino mi dispiace, veramente. Quello è il ruolo pubblico, ormai universale, di Borzaga. E’ un po’ come se un  amico caro fosse lanciato wolrdwide….ne sarei  felice, ma un frisino rimpiangerei la dimensione domestica e privata dell’amicizia di prima. Sciocchezze, ovviamente: perché una cosa non esclude per nulla l’altra.

La Chiesa ci assicura che Mario puo’ intercedere per noi. Ma a me non viene tanto, come termine da usare. Non è che tiro su il telefono e parlando ad un amico gli dico: puoi intercedere per me, perfavore? E dunque, perché  con lui devo cambiare il modo di parlare?Dico a Mario quello che gli direi se lo avessi qui, a un centimetro dal naso: dammi una mano, Mario.

I bisogni di questo bestione che per sei mesi ti ha parlato addosso, beh, li conosci tutti. Compresi quelli piu’ nascosti, più intensi, più dolorosi. Inutile che te li stia ad elencare. So che li conosci né più e nè meno di quelli dei tanti altri che si rivolgono a te quotidianamente. E di questo sono sinceramente felice, perché non c’è nessuna delle cose per cui io ti posso chiedere aiuto che sia così originale da non poter essere assimilata, equiparata a quella di chissà quanti altri. Ho imparato che se c’è un modo in cui  si tocca con mano che la fraternità non è teoria, ma pratica concreta, è considerare come siamo tutti presi, feriti, provati dalle stesse difficoltà e dalle stesse necessità. Le stesse che hai provato tu, d’altra parte.

Dammi una mano, Mario. E come a me, dalla a tutti quelli che ti cercano. Danne poi una speciale, una mano doppia ( e date le tue manone, capirai che si tratterebbe di una mano quasi quadrupla) a tutti quelli che NON ti cercano. Aiuta me e quelli come me a andare proprio da quelli: non a fare i maestrini e i tidicoiolaverità, ma a vivere con loro, a metterci a loro disposizione, a fare capire che di loro, così come sono, a noi importa e importa un sacco.

Dammi una mano quando sono a terra: cosa frequentissima. Ma dammi una mano SOPRATTUTTO nelle rarissime volte in cui sono in piedi: perché in quelle volte ,io non sono in piedi: semplicemente  mi sento in piedi, quando invece sono sempre col sedere per terra , solo che non me ne accorgo.

Dammi una mano quando sento di non farcela più. Ma dammele tutte e due quando mi sentissi in grado di : un povero illuso  e presuntuoso è assai più in pericolo di uno sfiatato seduto  malamente ai bordi della strada.

Dammi una mano, ma senza nessuna, nessunissima fretta, quando sarà il momento di poter arrivare a guardarti in faccia, e conoscerti, finalmente, di persona.Ecco: lì,  su di una  tua parolina giusta, detta all’orecchio del nostro comune Amico, spero con tutto il cuore.

Grazie di aver viaggiato con me, grazie perché continuerai a farlo.

Grazie di tutto, che facciamo prima.

Ciau, Mario.

 

 

A Trento, purché…..

Ci siamo.

Ci sono.

A Trento, finalmente.

Per chi non è di qua ed è amico di Mario ormai da un bel pezzo, è comunque una comprensibile emozione passare per queste vie, per queste piazze dove è vissuto e cresciuto lui, entrare nel Duomo dove è stato ordinato sacerdote, respirare l’aria dei monti che ha amato e ha raccontato in modo così vivo che sembra di esserci già stati, anche se uno li vede per la prima volta.

Pure essendo ospite di questa città bellissima e di questa gente , uno si sente, per parentela  borzaghiana acquisita , un po’ a casa anche lui. E l’atmosfera della attesa, della festa incipiente e della contentezza e dell’affetto personale, potrebbero giocare un brutto scherzo e farmi pensare di essere arrivato anche io, nel mio minimissimo, alla fine di un cammino. Di avvicinamento se non altro.

Eppure, anche se mi spiace tanto dirlo, non è così. Ci pensa Mario, come al solito, ad essere concreto, realista, vero. Poche parole scritte qualche  mese prima di essere tolto di mezzo  me lo fanno capire :

Egli (Gesù) ti nutrirà di vita divina e di vita d’amore, purché tu sia completamente disposto a dimenticarti e a disinteressarti delle cose tue.” ( 30.3.60)

Esatto.

C’è un PURCHE’. L’ho messo in neretto, in grassetto, sottolineato: per dire che è grosso come una casa, questo purché. In soldoni, come vorrebbe il neobeato: Mario, domenica, potrà per davvero darmi una mano e una marcia in più ad avvicinarmi di un pelino al nostro comune Amico. Assicurandomi di questa verità che ha sperimentato lui stesso: ti nutrirà di vita divina e di vita d’amore. Roba che, se accostata anche solo un attimo a un bestione come io sono, mi da immediatamente le vertigini,tanto è alta , incredibile e spettacolosa, spiritualmente parlando.

Solo che c’è di mezzo quel coriaceo purché : che io sia  completamente disposto a dimenticarmi  e a disinteressarmi delle cose mie.

Che botta.

Ma che verità: Vangelo puro.

Mario non lascia scappatoie: non ne ha mai lasciate a sé, figurarsi se lo fa con me.E non ne lascia perché non ce ne sono.

La decisione è mia, la scelta tocca a me, a me il pallino.

Quanti e quante Mario.

Padre Mario Borzaga, Oblato di Maria Immacolata- La nostra vita sia una sacrificio d’amore come quella di Gesù, di Maria, cioè una Santa Messa. (27 aprile 1957)

La casa nasconde ma non ruba, dice il proverbio. Evidentemente è vero anche quando la casa è quella di Dio, se, dalle pieghe riposte di un registro, saltano fuori preziosi ricordi come questo: nel Libro d’Onore degli Ospiti del Santuario di Maria Bambina a Milano, Mario lascia un messaggio, ritrovato solo nel mese di febbraio 2017 ( e occorre ringraziare  padre Angelo Pelis che , con pazienza certosina e instancabile, tutto documenta e tutto comunica, quando si tratta di Borzaga).

Così, abbiamo un altro piccolo velo squarciato sull’animo appassionato di Mario che brucia, come in molte pagine del Diario, per il desiderio di fare di se stesso un dono. Ancora una volta confesso che queste sono le parti che mi mettono maggiormente in difficoltà, e davanti alle quali mi sento certamente più lontano e inadeguato,tanto per me è fatica e spavento accostarmi alla idea stessa di sacrificio, fino a  farla diventare la mia stessa vita.

Eppure, il cuore pulsante di Mario sta lì. Ormai ho capito che in lui non c’è ombra di retorica, di enfasi spirituale, di paroloni buttati lì tanto per impressionare e convincere, magari se stesso prima di tutti. Dunque, se uno ben piantato e radicato in terra come lui, si lascia andare frequentemente a questi slanci che prorompono come geyser, è per una urgenza di sentimento, ma più ancora di fede e di passione, che gli ribolle dentro e periodicamente esplode. “Caritas Christi urget nos” era il motto di Giuseppe Benedetto Cottolengo, altro gigante dello stesso Amore che conquista e divora Borzaga. E credo che il paragone ci aiuti a capire di che si tratta.

Il cuore pulsante sta lì. Dunque non posso fare spezzatino tra quello che più mi va comodo e quello che più mi costa fatica. Prendere o lasciare, in blocco. Se prendo Mario a bordo, come ho fatto, lo prendo tutto intero: sacrificio d’amore incluso. Questa storia del sacrificio mi spaventa? Meglio che mi tenga lo spavento e mi dia una sveglia: arriva spedita e diretta dal Vangelo, contenuta in quel ” rinnega te stesso” , senza compromessi, che mi riguarda direttamente. Prima me lo ricordo, e tutti i giorni, e meglio è. Grande via di libertà vera, di realizzazione vera di me, di evasione dalla galera piccina e coccolata del mio egocentrismo soffocante e del mio mai sazio amor proprio: questo è il ” rinnegare se stesso”. In più, fatto non per orgoglio, affermazione di titanica volontà o qualsivoglia ideologia o filosofia o credo: molto più basicamente, fatto ” per amore”.

E questo, anche un caprone come me lo puo’ capire dalla esperienza diretta, partendo alla rovescia: quando amo, naturalmente e ipso facto, senza accorgermene nemmeno e bruciando dalla voglia di farlo, mi sacrifico anche io. Senza tante storie. Dunque, il problema torna sempre ad essere lo stesso: quando io dico credo, amo o no? Quando io dico sono cristiano, amo o no? La domanda che in questi giorni sentirò ancora una volta rivolgere da Gesù risuscitato al desolato Pietro che lo rinnegò tre volte , ma tu, mi ami? risuona su misura anche per me.

Morale della storia. Domenica a Trento, saremo certamente in tanti. Ma la domanda vera e la vera questione saranno : quanti e quante Mario usciranno da quel Duomo?

E tra quelli, ci sarò anche io, o no?

 

 

Staffetta.

Ormai ci siamo.

Dopo la beatificazione solenne di dicembre, domenica 30 aprile saremo a Trento, per ringraziare, fare festa, stare insieme a Mario.

Mario torna a casa, per dir così. Anche se la casa di un santo è il mondo intero. E non solo questo.

Ci viene da dire : torna là dove tutto era cominciato.Vita, vocazione, ordinazione.Un cerchio che si chiude, dunque? L’esatto opposto: qualcosa che si spalanca definitivamente, fino ad avvolgerci e a coinvolgerci tutti.

Ci viene da dire : non avrebbe sicuramente pensato di tornarci in questo modo.

Certo che no. Però si sarebbe forse stupito meno di noi, consapevole come era che  le nostre vie valgono poco o nulla: ce ne vengono preparate sempre delle altre, spesso molto lontane dai nostri progetti e decisioni.

Ci viene da dire : farò di tutto per essere presente. Ok, bene. Ma in realtà,non importa tanto se domenica saremo fisicamente in Duomo, a Trento. E ,se ci saremo, non importa dove e come. L’importante è che andiamo ad occupare il nostro posto con la testa e con il cuore.

Quello è un posto che ci spetta.

Non per diritto, ma per fratellanza.

Non per appartenenza, ma per successione.

Mario sarà lì  SOPRATTUTTO per passarmi il testimone.

La corsa continua, e a metterci fiato, gambe, tecnica, volontà e tutta la mia impressionante debolezza, bene a fare tutto questo adesso TOCCA A ME.

“Sconvolge e cambia”.

Spesso l’atto di umiltà di chiedere la forza a Gesù significa già l’averla ottenuta. Questa è la buona volontà nell’amore del Cristo: egli sconvolge e cambia il significato delle parole, per cui chiedere significa nel medesimo tempo ricevere. (13 nov 1956).

 

Beh, diciamolo.

Per chi scrive, e maneggia tutti i giorni le parole, come uno strumento di lavoro e di vita, fa un certo effetto leggere questa affermazione: Egli ne sconvolge e cambia il significato.  Che Dio sia creatore, lo so anche io. Ma Mario mi indica qui  un Signore che come  trasforma la materia e la ricrea,  allo stesso modo, reinventa e instilla forza e potenza e nuova sostanza alle parole che abitudinariamente usiamo.

Che abitudinariamente uso.

Che la preghiera sia qualcosa di tellurico e misterioso, dirompente nelle sue potenzialità, talvolta l’ho vagamente  intuito anche io, nella semplice esperienza  vissuta. Solo che poi l’ho lasciata così come è,  magari annoverando la considerazione alla voce  “esperienze particolari”, da raccontare con stupore e qualche impaccio.

Mario non conosce e non ama gli impacci. Dice anzi pane al pane e procede spedito per la strada di quello che vuole comunicare. In questo caso la capacità generativa e trasformante della preghiera. C’è un salto vertiginoso tra questa concezione- viva e vivificante-  e quella che normalmente ne ho io : ingessata e parolaia . Mario ribalta il centro dell’azione, come spessissimo gli capita di fare. Non ci  sono io che prego, nel mezzo della scena : è Gesù pregato, il protagonista.

L’atto di umiltà di chiedere la forza a Gesù, significa già l’averla ottenuta . Ma questa è la stessa storia del Padre nella parabola del figlio prodigo: come se  mi avesse  già scorto da lontano nel momento stesso in cui apro bocca e mente e cuore per riconoscere di non avere forza. E chiedergliela. La situazione è la stessa. Il figlio si era preparato un ” piano” : mi alzerò, andrò, dirò. Al Padre, invece, era  bastato vederlo arrivare da lontano: quello che il figlio gli dice, lo sa e lo conosce e lo pre- ama già. Qui, stessa storia : l’atto di umiltà di chiedere la forza che non si possiede, è già tutto. TUTTO quel che posso fare. Il resto spetta a Dio. Che, nel momento in cui gli parlo, ascolta e agisce, e trasforma le richieste in risposte, il senso delle parole,  ed ecco che , per così dire,  nel momento stesso in cui chiedo, ricevo.

Nulla di magico e di automatico però: la mia umiltà deve essere lì, vera e viva, non di facciata o di devozione; il mio desiderio di essere dentro Dio , idem. Senti Borzaga come ti va a esprimere ‘sto ginepraio di relazione: la buona volontà nell’amore di Cristo. Tradotto:  l’amore di Cristo è lì, pronto a traboccare e trasformarmi dentro, ma aspetta un segno vero della mia buona volontà  ( grazie al cielo  non un frutto, un azione, un risultato…..se no, sai che fregatura); e allo stesso tempo la mia buona volontà per quanto volonterosa e buona sia, da sola, vale il due di picche, e resta aria fritta se non è nell’amore di Cristo.

Resto convinto che, quando prego,  sono come un ragazzino incosciente che maneggia un mitragliatore di tecnologia avanzatissima: non ho la minima idea della potenza dell’arma che mi ritrovo tra le mani.

Mario, con pazienza: vedi di sgrossare un poco questo bestione che ti parla.