A Trento, purché…..

Ci siamo.

Ci sono.

A Trento, finalmente.

Per chi non è di qua ed è amico di Mario ormai da un bel pezzo, è comunque una comprensibile emozione passare per queste vie, per queste piazze dove è vissuto e cresciuto lui, entrare nel Duomo dove è stato ordinato sacerdote, respirare l’aria dei monti che ha amato e ha raccontato in modo così vivo che sembra di esserci già stati, anche se uno li vede per la prima volta.

Pure essendo ospite di questa città bellissima e di questa gente , uno si sente, per parentela  borzaghiana acquisita , un po’ a casa anche lui. E l’atmosfera della attesa, della festa incipiente e della contentezza e dell’affetto personale, potrebbero giocare un brutto scherzo e farmi pensare di essere arrivato anche io, nel mio minimissimo, alla fine di un cammino. Di avvicinamento se non altro.

Eppure, anche se mi spiace tanto dirlo, non è così. Ci pensa Mario, come al solito, ad essere concreto, realista, vero. Poche parole scritte qualche  mese prima di essere tolto di mezzo  me lo fanno capire :

Egli (Gesù) ti nutrirà di vita divina e di vita d’amore, purché tu sia completamente disposto a dimenticarti e a disinteressarti delle cose tue.” ( 30.3.60)

Esatto.

C’è un PURCHE’. L’ho messo in neretto, in grassetto, sottolineato: per dire che è grosso come una casa, questo purché. In soldoni, come vorrebbe il neobeato: Mario, domenica, potrà per davvero darmi una mano e una marcia in più ad avvicinarmi di un pelino al nostro comune Amico. Assicurandomi di questa verità che ha sperimentato lui stesso: ti nutrirà di vita divina e di vita d’amore. Roba che, se accostata anche solo un attimo a un bestione come io sono, mi da immediatamente le vertigini,tanto è alta , incredibile e spettacolosa, spiritualmente parlando.

Solo che c’è di mezzo quel coriaceo purché : che io sia  completamente disposto a dimenticarmi  e a disinteressarmi delle cose mie.

Che botta.

Ma che verità: Vangelo puro.

Mario non lascia scappatoie: non ne ha mai lasciate a sé, figurarsi se lo fa con me.E non ne lascia perché non ce ne sono.

La decisione è mia, la scelta tocca a me, a me il pallino.

Quanti e quante Mario.

Padre Mario Borzaga, Oblato di Maria Immacolata- La nostra vita sia una sacrificio d’amore come quella di Gesù, di Maria, cioè una Santa Messa. (27 aprile 1957)

La casa nasconde ma non ruba, dice il proverbio. Evidentemente è vero anche quando la casa è quella di Dio, se, dalle pieghe riposte di un registro, saltano fuori preziosi ricordi come questo: nel Libro d’Onore degli Ospiti del Santuario di Maria Bambina a Milano, Mario lascia un messaggio, ritrovato solo nel mese di febbraio 2017 ( e occorre ringraziare  padre Angelo Pelis che , con pazienza certosina e instancabile, tutto documenta e tutto comunica, quando si tratta di Borzaga).

Così, abbiamo un altro piccolo velo squarciato sull’animo appassionato di Mario che brucia, come in molte pagine del Diario, per il desiderio di fare di se stesso un dono. Ancora una volta confesso che queste sono le parti che mi mettono maggiormente in difficoltà, e davanti alle quali mi sento certamente più lontano e inadeguato,tanto per me è fatica e spavento accostarmi alla idea stessa di sacrificio, fino a  farla diventare la mia stessa vita.

Eppure, il cuore pulsante di Mario sta lì. Ormai ho capito che in lui non c’è ombra di retorica, di enfasi spirituale, di paroloni buttati lì tanto per impressionare e convincere, magari se stesso prima di tutti. Dunque, se uno ben piantato e radicato in terra come lui, si lascia andare frequentemente a questi slanci che prorompono come geyser, è per una urgenza di sentimento, ma più ancora di fede e di passione, che gli ribolle dentro e periodicamente esplode. “Caritas Christi urget nos” era il motto di Giuseppe Benedetto Cottolengo, altro gigante dello stesso Amore che conquista e divora Borzaga. E credo che il paragone ci aiuti a capire di che si tratta.

Il cuore pulsante sta lì. Dunque non posso fare spezzatino tra quello che più mi va comodo e quello che più mi costa fatica. Prendere o lasciare, in blocco. Se prendo Mario a bordo, come ho fatto, lo prendo tutto intero: sacrificio d’amore incluso. Questa storia del sacrificio mi spaventa? Meglio che mi tenga lo spavento e mi dia una sveglia: arriva spedita e diretta dal Vangelo, contenuta in quel ” rinnega te stesso” , senza compromessi, che mi riguarda direttamente. Prima me lo ricordo, e tutti i giorni, e meglio è. Grande via di libertà vera, di realizzazione vera di me, di evasione dalla galera piccina e coccolata del mio egocentrismo soffocante e del mio mai sazio amor proprio: questo è il ” rinnegare se stesso”. In più, fatto non per orgoglio, affermazione di titanica volontà o qualsivoglia ideologia o filosofia o credo: molto più basicamente, fatto ” per amore”.

E questo, anche un caprone come me lo puo’ capire dalla esperienza diretta, partendo alla rovescia: quando amo, naturalmente e ipso facto, senza accorgermene nemmeno e bruciando dalla voglia di farlo, mi sacrifico anche io. Senza tante storie. Dunque, il problema torna sempre ad essere lo stesso: quando io dico credo, amo o no? Quando io dico sono cristiano, amo o no? La domanda che in questi giorni sentirò ancora una volta rivolgere da Gesù risuscitato al desolato Pietro che lo rinnegò tre volte , ma tu, mi ami? risuona su misura anche per me.

Morale della storia. Domenica a Trento, saremo certamente in tanti. Ma la domanda vera e la vera questione saranno : quanti e quante Mario usciranno da quel Duomo?

E tra quelli, ci sarò anche io, o no?

 

 

Staffetta.

Ormai ci siamo.

Dopo la beatificazione solenne di dicembre, domenica 30 aprile saremo a Trento, per ringraziare, fare festa, stare insieme a Mario.

Mario torna a casa, per dir così. Anche se la casa di un santo è il mondo intero. E non solo questo.

Ci viene da dire : torna là dove tutto era cominciato.Vita, vocazione, ordinazione.Un cerchio che si chiude, dunque? L’esatto opposto: qualcosa che si spalanca definitivamente, fino ad avvolgerci e a coinvolgerci tutti.

Ci viene da dire : non avrebbe sicuramente pensato di tornarci in questo modo.

Certo che no. Però si sarebbe forse stupito meno di noi, consapevole come era che  le nostre vie valgono poco o nulla: ce ne vengono preparate sempre delle altre, spesso molto lontane dai nostri progetti e decisioni.

Ci viene da dire : farò di tutto per essere presente. Ok, bene. Ma in realtà,non importa tanto se domenica saremo fisicamente in Duomo, a Trento. E ,se ci saremo, non importa dove e come. L’importante è che andiamo ad occupare il nostro posto con la testa e con il cuore.

Quello è un posto che ci spetta.

Non per diritto, ma per fratellanza.

Non per appartenenza, ma per successione.

Mario sarà lì  SOPRATTUTTO per passarmi il testimone.

La corsa continua, e a metterci fiato, gambe, tecnica, volontà e tutta la mia impressionante debolezza, bene a fare tutto questo adesso TOCCA A ME.

“Sconvolge e cambia”.

Spesso l’atto di umiltà di chiedere la forza a Gesù significa già l’averla ottenuta. Questa è la buona volontà nell’amore del Cristo: egli sconvolge e cambia il significato delle parole, per cui chiedere significa nel medesimo tempo ricevere. (13 nov 1956).

 

Beh, diciamolo.

Per chi scrive, e maneggia tutti i giorni le parole, come uno strumento di lavoro e di vita, fa un certo effetto leggere questa affermazione: Egli ne sconvolge e cambia il significato.  Che Dio sia creatore, lo so anche io. Ma Mario mi indica qui  un Signore che come  trasforma la materia e la ricrea,  allo stesso modo, reinventa e instilla forza e potenza e nuova sostanza alle parole che abitudinariamente usiamo.

Che abitudinariamente uso.

Che la preghiera sia qualcosa di tellurico e misterioso, dirompente nelle sue potenzialità, talvolta l’ho vagamente  intuito anche io, nella semplice esperienza  vissuta. Solo che poi l’ho lasciata così come è,  magari annoverando la considerazione alla voce  “esperienze particolari”, da raccontare con stupore e qualche impaccio.

Mario non conosce e non ama gli impacci. Dice anzi pane al pane e procede spedito per la strada di quello che vuole comunicare. In questo caso la capacità generativa e trasformante della preghiera. C’è un salto vertiginoso tra questa concezione- viva e vivificante-  e quella che normalmente ne ho io : ingessata e parolaia . Mario ribalta il centro dell’azione, come spessissimo gli capita di fare. Non ci  sono io che prego, nel mezzo della scena : è Gesù pregato, il protagonista.

L’atto di umiltà di chiedere la forza a Gesù, significa già l’averla ottenuta . Ma questa è la stessa storia del Padre nella parabola del figlio prodigo: come se  mi avesse  già scorto da lontano nel momento stesso in cui apro bocca e mente e cuore per riconoscere di non avere forza. E chiedergliela. La situazione è la stessa. Il figlio si era preparato un ” piano” : mi alzerò, andrò, dirò. Al Padre, invece, era  bastato vederlo arrivare da lontano: quello che il figlio gli dice, lo sa e lo conosce e lo pre- ama già. Qui, stessa storia : l’atto di umiltà di chiedere la forza che non si possiede, è già tutto. TUTTO quel che posso fare. Il resto spetta a Dio. Che, nel momento in cui gli parlo, ascolta e agisce, e trasforma le richieste in risposte, il senso delle parole,  ed ecco che , per così dire,  nel momento stesso in cui chiedo, ricevo.

Nulla di magico e di automatico però: la mia umiltà deve essere lì, vera e viva, non di facciata o di devozione; il mio desiderio di essere dentro Dio , idem. Senti Borzaga come ti va a esprimere ‘sto ginepraio di relazione: la buona volontà nell’amore di Cristo. Tradotto:  l’amore di Cristo è lì, pronto a traboccare e trasformarmi dentro, ma aspetta un segno vero della mia buona volontà  ( grazie al cielo  non un frutto, un azione, un risultato…..se no, sai che fregatura); e allo stesso tempo la mia buona volontà per quanto volonterosa e buona sia, da sola, vale il due di picche, e resta aria fritta se non è nell’amore di Cristo.

Resto convinto che, quando prego,  sono come un ragazzino incosciente che maneggia un mitragliatore di tecnologia avanzatissima: non ho la minima idea della potenza dell’arma che mi ritrovo tra le mani.

Mario, con pazienza: vedi di sgrossare un poco questo bestione che ti parla.

Lavorare stanca.

Ok, già detto.

Mario  è un beato on the road. 

Dalla scelta di lasciare casa, famiglia, amici, lingua, cultura, terra , radici, a quella della missione lontana, a quella di  “andare” : sempre, dovunque e comunque. Incessantemente, con ogni mezzo a disposizione. Per le strade, i sentieri e i sentierini del Laos. Anche il suo martirio, si consuma on the road.

Per uno di quegli accostamenti di idee e di parole, più di una volta pensando a questo suo continuo spostarsi senza sosta mi sono venuti in mente questi versi:

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

E’ l’incipit di Lavorare stanca, di Cesare Pavese. Che, di suo, non c’entra nulla di nulla, con Mario e la sua storia. Però, potenza evocativa delle parole, queste le ho sempre trovate attinenti e ritagliate su misura anche per lui. In più c’è un altro divertente incrocio di termini su questo stesso testo: è il titolo stesso della poesia che entra in gioco, ed è per questo che ne parlo oggi.

Lavorare stanca. Già. Guardo divertito, su segnalazione di un amico, i dati di lettura dei post sulla beatificazione di Mario, in questo blog da due soldi, che sta andando avanti come può. I contatti vanno in calare costantemente, mi dice il mio amico con circospezione, e ieri si sono attestati su un misero dieci. Mentre me lo fa presente, per rincuorarmi ( non ci sarebbe  niente da rincuorare, perché non c’è nessun mio dispiacere al riguardo, ma lui non cancella quella traccia di costernazione nella voce ) mi dice: che vuoi, la gente, dopo un po’, si stanca a sentir parlare sempre di santità….

Quel gran genio del mio amico,! direbbe Mogol ,se fosse stato al posto mio quando scriveva  ” Sì, viaggiare” ( toh, ma è on the road anche la canzone: vedi come tutto si tiene?). Per confortare lo scribacchino, ha sparato una verità esistenziale di prim’ordine.

Sì: la gente si stanca. Noi ci si stanca. Io, in primo luogo, mi stanco.

E non solo a sentir parlare di santità: che sarebbe ancora il meno. Specie se a parlarne è un dilettante allo sbaraglio, come in questo caso. Ci si stanca anche a cercarla, la santità. Non parliamo poi di viverla. Mi sono sempre domandato perché ci si attardi, da secoli, in questo equivoco che ho più volte segnalato: credere che il santo sia qualcuno con una marcia in più, con un ingrediente misterioso che solo lui possiede, una specie di Dio in miniatura che zot!, lampeggia e sfavilla con le sue virtù eroiche sulla scena di aurea mediocritas del mondo. A chi giova portare avanti questa ambigua comunicazione? Non so darmi la risposta. Però sono arrivato a spiegarmi il perché abbia questo successo popolare travolgente attraverso i secoli e le generazioni. Secondo me perché, rappresentando così il santo, levo me stesso dagli impicci, allontano la prospettiva che quella roba lì ( bellissima, eh, ma da prendere con le molle, gran molle di due metri almeno!) venga a buttarmi all’aria la mia esistenzina comodina, programmatina, devotina, normalina.

Il santo, diciamocelo, se tirato giu’ dalle pale aureolate e dagli altarini, è più vicino a un matto che a una persona tranquilla e perbene. Di don Orione dicevano che fosse ” il folle di Dio” ( e a giudicare da certe foto, con quelle orecchie a sventola, la crapona rasata a zero, gli occhi accesi e un sorriso poco rassicurante, sarei pronto a scommettere che ci marciasse anche un poco sopra, divertendosi); don Bosco, cercarono di farlo internare un paio di volte; di Francesco d’Assisi, sappiamo la nomea che si fece scaraventando il magazzino del padre in strada e andandosene nudo come un verme per non aver più nulla che lo legasse al passato….La santità spaventa. E l’idea di lavorare per la santità, di doverci lavorare, scoprendone tutta la quotidiana fatica, la battaglia piccola e continua che richiede, tutta nascosta, senza gloria, senza affermazione di sè, senza gratificazioni di sorta…. quell’idea  lì, stanca , e tantissimo, solo a pensarci.

Il guaio  , e lo dico a me stesso, tanto per battermelo e ribattermelo nella capoccia, è che la santità, per un cristiano, NON è un optional. Il santo è, semplicemente, il cristiano “riuscito” . Per cui sì: lavorare, stanca. Lavorare ( per la santità),… stanca due volte.

Tanto vale saperlo, rimboccarsi le maniche, e prepararsi a scavare la trincea.

 

 

Fatto come me.

“Ho mancato stamane in una maniera piuttosto seria alla carità: è umano, proprio nel bel mezzo della gioia e dell’unione con Dio: paff! un colpo solo, come quando cade a terra un piatto nel bel mezzo di un festino. Così deve accadere e non altrimenti: non resta che declinare dolcemente la nube, anche se il sole dell’Amore farà un po’ di fatica ad asciugare il terreno bagnato. (3 dic 1956)”

Non vorrei che qualcuno storcesse un pochino il naso a leggere questa frase, che parla di mancanze, e di mancanze piuttosto serie…..e di mancanze alla carità, poi. Ma come? Qui si parla  di un beato, di un beato ” fresco”, per giunta, e con tutte le belle cose edificanti che si possono e che si devono dire, insomma con tutta la quantità di roba da raccontare sulle sue virtù, si va a scovare una frasetta del suo Diario che parla di cadute?!!

Sì, si va proprio lì. Pace: se qualche naso si torcerà, pazienza.

Perché la citazione , invece, funziona benissimo proprio se letta in controluce rispetto alla luminosa beatificazione di chi l’ha pronunciata. Il problema è che io sto correndo un grande pericolo: a furia di spingere Mario al centro della scena, a forza di sospingerlo verso l’alto,  a furia di volerne parlare  da santo , io certo lo metto all’attenzione mia e di chi legge. Ma, al tempo stesso, lo allontano da me: dalla mia realtà, dalla sostanza di me stesso, dalla normalità dei miei giorni.

Mi viene in mente il proverbio latino : promoveatur ut amoveatur. Sia promosso per essere spostato.Tradotto in soldoni: gli si dia una carica e leviamocelo dai piedi.

Ecco. Non vorrei che, con tutte le migliori intenzioni, il servizio (!) che io sto credendo di rendere a Mario in questo momento , si stia trasformando  in questo bello scherzetto: piazzarlo sul suo bravo  piedistallo, pronto per l’altare, spingendolo via  dalla mia portata. Farne motivo di lode a Dio per avercelo dato, farne un ricettore e collettore di preghiere, farne un intercessore instancabile …ma perdere la verità della sua persona, fatta di anima e di corpo, di bene e di tendenza al male, di virtù e di manchevolezze, di forza straordinaria e di debolezza mai nascosta.

Sarebbe un peccato. Anzi: un peccatone.

Io credo sia importante non scordare che Mario è fatto come me. Come te che leggi. Come tutti quanti. Impasto di divinità e umanità affaticata, di volontà e di possibilità limitate, di fede e di difficoltà nel metterla in pratica, di slanci roventi e di frenate improvvise, di voli altissimi e di repentine cadute.

Intendiamoci: non sto dicendo proprio nulla di nuovo, né di particolarmente originale, come sempre. Mi limito a rendere evidente quello che Mario stesso fa saltare fuori raccontando di sé nel suo Diario. Che è preziosissimo non solo per quanto Mario mi scrive nella sostanza. Ma anche perché mi consegna un beato profondamente umano, alla mia altezza, raggiungibile, praticabile. Farne un esempio algido di virtù adamantina e basta, sarebbe non fare un buon servizio nè a lui, nè a noi, nè, in ultuima analisi, a Cristo. Che non chiama dei supereroi invincibili, ma dei poveracci in carne e ossa e difficoltà come tutti quanti siamo.

La frase che riporto oggi vale oro per questo motivo  e perché può essermi d’aiuto continuamente dal momento che , nel caso mio, la mancanza e la caduta sono continue,  vero pane quotidiano del mio essere cristiano. Ancora una volta devo ringraziare Mario per  aver saputo fotografare senza far tante storie la banalità del male: intanto beccarla al volo (proprio nel bel mezzo della gioia e dell’unione con Dio) come a dirmi : occhio, non è che la pratica religiosa, la preghiera, i sacramenti, per quanto indispensabili, ti corazzino contro te stesso. Proprio nel bel mezzo di essi, proprio là quando mi sento beotamente “ a posto” e tranquillo, puo’ cascare l’asino della mia presunzione di ” essere nel giusto”.Nessun dramma, nessun cantar di gallo, nessun scotimento d’animo, nessuna grandezza al negativo: paff! un colpo solo, come quando cade a terra un piatto nel bel mezzo di un festino.

E non ha finito, Borzaga. Ci va giu’ ancora e precisa: Così deve accadere e non altrimenti. Che significa: questa non è l’eccezione, ma la regola. Sono debole, sono pieno di limiti, sono pieno di egoismi….In una parola, e senza aggiungere tanto altro, sono io. Detto tutto. Non c’è autoassoluzione alcuna in queste parole così chiare: ma nemmeno l’ombra del senso di colpa, tanto apparentemente nobile, quanto intrinsecamente deleterio e inutile. Nessun autocompiacimento, nessun giustificarsi facile, nessun piangersi addosso. Solo prendere atto della realtà oggettiva di come si è fatti.

E provvedere in merito. Mario non è tipo da lasciare le cose a metà.Se individua la falla, indica anche il modo per porci rimedio. In questo caso direi che lascia affiorare la sua vena poetica, ricorrendo ad immagini liriche per descrivere un atteggiamento che forse gli sarà sembrato indelicato indicare nei dettagli. O, più semplicemente, per parlare di uno stato d’animo piu’ che di una serie di comportamenti concatenati da adottare. “non resta che declinare dolcemente la nube, anche se il sole dell’Amore farà un po’ di fatica ad asciugare il terreno bagnato. “

Non resta che: nessun gesto eclatante, nessuna piazzata, nessun atto plateale.Prendere atto di quello che si sapeva già, e che è bene continuare a sapere: la propria pochezza.E lasciare fare : che sembra atteggiamento passivo, ma al contrario è quanto di piu’ attivo io possa decidere, se lascio campo sgombro a Dio. Il quale , per l’ennesima volta, è evocato qui con la sua Essenza, invece che con il suo nome, ancora quell’ Amore che torna e ritorna e ritorna ancora. E’ Lui il sole, è sua l’azione, è sua anche quel poco di fatica che deve fare per aver la meglio su di me, terreno poveraccio, bagnaticcio, da asciugare.

Mario Borzaga: fatto uguale uguale a me ( e adesso sono cavoli tutti miei).

Mario & Diogene.

Cerco di cercare Gesù dappertutto, perché, se trovo Lui o la sua Croce, sono sicuro di amare; se non lo trovo devo dubitare. ( Diario)

Si sa : il sapiente Diogene se ne andava in giro col mitico suo lanternino acceso in pieno giorno, dichiarando solennemente a chi glielo chiedesse che  stava cercando l’uomo. Letta la citazione qui sopra, invece, potrei dire che Mario, senza lanterna alcuna e senza l’ombra di  nessuna solennità , si sia dedicato pure lui a una ricerca, ma dichiarando – all’opposto – di star cercando Altro.

Ora. Due cose non si possono negare in  Borzaga.

La prima è la volontà: precisa, determinata, rocciosa.

La seconda è il realismo disincantato. Specie nell’osservare se stesso.

La sua scrittura è in tensione continua tra questi due poli: la prima senza il secondo si tradurrebbe in velleitarismo tronfio e  gonfiato, il secondo senza la prima aprirebbe la via a un lasciarsi andare alla propria debolezza. Entrambe, interagendo insieme, fanno da vaccino per i due rischi opposti e germogliano in affermazioni a sorpresa come quella riportata: ” Cerco di cercare Gesù” .

Una espressione che dice tutto il desiderio, la voglia di darsi da fare in tutti i modi, di battere ogni via possibile, di non lasciar nulla di intentato. Ma, allo stesso tempo, che esprime anche l’incertezza del risultato che si può ottenere, l’aleatorietà del tentativo, la fragilità delle prospettive di successo. Un raddoppio di verbo che fa da moltiplicatore alla consapevolezza del sapersi poca roba. Mario dimostra così di avere  ben recepito dentro di sé il brano lapidario del Vangelo in cui si dice ” senza di Me non potete nulla“.

La meta è chiara e espressa senza tentennamenti: Gesù dappertutto. Bisognerebbe capire bene quanto sia coinvolgente quell’avverbio. Vuol dire non solo nella preghiera, nella Parola, nel Sacramento. Ma ovunque. Non so se mi spiego.

Ma, a parte questo, è il raggiungerla che si fa complesso: perché , ci fa capire Mario, entro in campo io con la mia azione. Ecco quindi : alla certezza dell’obbiettivo si accompagna un disincantatissimo “cerco di cercare” . Tradotto : faccio il possibile per tentare in tutti i modi di provare a  cercare Gesù Cristo ( sottinteso: senza garanzie di trovarlo).

Il perché di questa ricerca è chiarissimo: o trovo Lui o la sua croce, e allora sono sicuro di amare. O no. E allora devo dubitare. Occhio: quell’aggancio paritario tra Cristo e la sua Croce è rivelatore. Perché Cristo, si sa, io posso trovarlo o non trovarlo. Ma anche “solo ” la sua croce, va bene . Questa affermazione sembra spingere  all’estremo il ragionamento evangelico: chi mi vuol seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Dunque, se io, non vedendolo, mi chiedessi : ma Dove sei Gesù?  ” basterebbe”  che prendessi  su di me una delle croci enormi che incontro sulla mia strada, me la caricassi  addosso e me la portassi :  arriverei  a trovarlo.

In pratica, se incontrerò Gesù o una croce da portare, dice Borzaga  con una sintesi fulminante, sarà stato perché avrò amato per davvero. Se non  incontrassi nessun dei due, non sarà stata sfortuna o sorte, ma il semplice e banale fatto di non avere amato sul serio.

Uomo avvisato , mezzo salvato, dice il proverbio.

Mi sa che valga anche per il lettore del Diario.