Le pulci al circo Barnum.

Più girovago per il caravanserraglio della comunicazione cattolica (e sul mondo cattolico) tra radio, giornali, tv e il mare magnum della rete, più apprezzo Mario Borzaga.

Paragonare una qualunque delle sue parole, scritte nel segreto di un Diario e nel nascondimento -di una casa di formazione o di un villaggio sperduto in pieno Laos poco importa- al cicaleccio saccente e ripetitivo che dilaga come la gramigna nel nostro oggi, è salutare e istruttivo più di cento saggi.

Significa paragonare la sostanza di chi parla per comunicare quello che vive e la fuffa di chi parla per propagandare quello che pensa. Si dirà : ma quello che uno pensa, non è mai fuffa. Dipende. Se si è in campo di fede, di Chiesa e di Cristo, quello che io personalmente penso è fuffa al 100%. Della categoria : “importantissima per me, del tutto inutile, se non dannosa, per tutti gli altri.”

Lo spettacolo di queste pulci, pulcette e pulciotte che , facendosi  magari forti di una qualche rendita di posizione professionale ( giornalisti, blogganti, teologicoidi, uomididichiesaconvintidiesserlorolachiesa) o per pura megalomania da web e impunità da anonimato da rete, trascinano il loro panchetto al centro della scena , ci si inerpicano sopra, e sparano assurde lezioncine all’orbe terracqueo della cattolicità, è quanto di più distante dalla concretezza e dall’umiltà fangosa dei cristiani autentici, quale Mario (ora lo possiamo dire con il bollino della ufficialità) è.

Fioriscono dibattiti, infuriano polemiche, fiammeggiano epiteti nei confronti del papa di turno. Signori Nessuno integrali si ergono a novelli Giovannibattisti della cristianità. Omuncoli e donnucole in preda a una frustrazione crescente contrabbandano dolosamente  il loro ego in astinenza di considerazione per ispirazione divina.  Gli effetti, a saper guardare con un minimo di distacco, sono di una comicità grottesca irrefrenabile.

Peccato che , per dar la possibilità a questi parassiti tritaparole e succhiaenergie di campare paciosamente nei loro gusci occidentalissimi, borghesissimi, comodissimi e protettissimi, a fare anche la macchietta dei perseguitati eroici ed incompresi, ci siano state ( e ci siano ancora) folle di gente come Mario che il Vangelo l’ha vissuto e ci ha versato sopra sangue : non aria fritta e rifritta.

Il che fa passare di botto la voglia di ridere e genera invece una certa, persistente, nausea.

 

AMORE e amore?

Una lettrice, letto il post ultimo pubblicato, mi ha scritto consigliandomi di meglio precisare il suo contenuto, che poteva prestarsi al fraintendimento, a suo dire, ” che il nuovo Beato parlasse di coppie, mentre invece parlava di amore per Dio“.

Non sia mai: un beato degradato a posta del cuore….Scherzo, naturalmente. Accolgo invece  l’invito volentieri. Anche perché mi suggerisce ulteriori considerazioni.

La prima: certamente Borzaga, in quella citazione, fa riferimento all’amare Dio. Pèrdono  per questo  di validità le cose scritte nel post “incriminato” ? Non mi pare. Anche nel rapporto con Dio, e forse specialmente in questo tipo di rapporto, ci si può stancare di amare.L’amore si traduce in fedeltà, in sequela, in abbandono della propria volontà: tutte cose bellissime, ma impegnative al massimo e straordinariamente faticose. Molto semplicemente, ci si stanca di tanta fatica: quotidianamente, quasi; e più volte al giorno. Come scrive lo stesso Mario in un altro passo, uno prorompe in propositi fiammeggianti e ardimentosi al mattino e, arrivato a sera, può accorgersi, semplicemente  “di essersene dimenticato”. Molto del bene che non facciamo, è dovuto a banali e desolanti dimenticanze, superficialità, stanchezze, più che a cattiveria d’animo. Ille fidelis: Lui, Dio , è fedele. Non certo io. Non certo noi. Un’occhiatina al campo degli apostoli radunati da Gesù intorno a Sé, basterebbe a convircene definitivamente. Poi: ciascuno ha la propria esperienza quotidiana, che gli serve ancora per convincersi che sia così?

La seconda: esiste veramente un AMORE a tutte maiusucole, da serie A se non da Champions League, e un amore in minuscolo, come quello delle coppie- ma non solo – ordinario e più comune? Io non lo penso: non lo penso proprio per nulla. Almeno per due motivi: anche l’Amore per Dio , se è degno di questo nome, è un amore relazionale, personale, radicale . Che coinvolge tutto di te stesso.Come il secondo. E anche l’amore tra marito e moglie, così come una amicizia profonda e vera, è capace di una sua forza creatrice, generativa di energie, vita e risorse,ed  è capace di essere realizzatore e oblativo allo stesso tempo, di portare al compimento della pienezza e al più completo dono di sé.Come il primo.

Non per niente, l’immagine dello sposo e della sposa ritorna insistentemente come figura dell’amore di Dio per la Chiesa e l’umanità.Perché, allora,  andare di bisturi e di steccato, e scandalizzarsi se si osano  mescolare i piani? La fissazione per i recinti è tutta e solo nostra. Dio, almeno quello dei cristiani, pare avere una ottica del tutto trasversale e rivoluzionaria, senza alcun riguardo per le categorie.

San Valentino in controcanto.

Scrive Mario a un certo punto del suo Diario:

“In fin dei conti, stancarsi di amare è un bella cosa, perché significa che prima si è amato”.

Una frasetta che ha dentro quel sapore dolceamaro di certe affermazioni del Vangelo, che tu leggi, rileggi, ascolti, riascolti, e in realtà non sai bene come maneggiare.Stancarsi di amare: sono certo che molti storcerebbero e storceranno il naso davanti a questa espressione. “Come ci si puo’ stancarsi di amare?”

E invece si può, eccome.

Per un motivo molto semplice, che rasenta l’evidenza. Amare, costa. Se non costa, è perché non si ama.Non dico che costi dolore: ma costa comunque. Tempo, cuore, sentimento, energia, passione, fantasia, e anche pena, incomprensione, ansia, tensione, paura, magari sofferenza. Sì, sofferenza: forse è eccessivo dire che chi ama soffre, ma certamente può soffrire , sa soffrire se necessario, ed è ben disposto a soffrire, per la persona amata. E non pensiamo solo alle grandi storie d’amore: pensiamo anche ai genitori verso i figli o alle amicizie fondanti della vita, tanto per dire.

Ma sì, sfido la retorica e dico quello che penso. Amare è una magnifica e ardente fatica del cuore: che infatti, ogni tanto, ha bisogno di un piccolo spazio per rifiatare, per non friggere completamente nella padella dell’amore infuocato. Ti amo da morire, dice la frasetta usata e abusata alla bisogna. Ma è significativo, quell’accostamento tra due termini apparentemente in contraddizione.

Se è una fatica, bene:  di una fatica, ci si può stancare. Personalmente io credo meno  a che ci si stanchi di una persona. Magari erano solo i nostri conti e sentimenti fuori misura  in precedenza ad aver ” gonfiato “quella persona ai nostri occhi, no? Ma di amare, sì: capisco che ci si possa stancare.Una stanchezza passiva. Transitoria. Una momentanea resa. Un lasciarsi andare a una pausa , magari senza sapere bene per non si sa bene  cosa.

Non credo che si debba drammatizzare. E’ roba vecchia, stravecchia.Nessuna originalità da parte nostra. Banalissima esperienza generale: da che mondo è mondo. Abbiamo una dannata tendenza al dramma e alla tragedia.Voliamo basso, che non c’è nulla da enfatizzare. L’importante, dico io, è rendersene conto. E provare a ripartire, rimettendosi in moto  proprio da dove ci si era stancati: amando. Non c’è stanchezza altrettanto forte della nostalgia di amare ( e di essere amati). Occhio: parlo di amare e di essere amati. Non di “cavoleggiare”  e di “essere cavoleggiati”.  E per quanto uno si sia chiuso, magari seccato, inaridito, o allontanato per strade che sul momento sono parse avventurose e seducenti, rivelandosi poi sentierini  ridicoli che non portavano da nessun parte…bene, vale molto bene per tutti la constatazione lapidaria di Mario: il bello è che se non si ama più, vuol dire che prima si è amato. Bene non dimenticarsene mai, non cancellare tutta quella roba  con un gesto di teatrale abbandono della scena. Il rischio è di essere tanto ubriacati dalla propria disistima, o dalla propria voglia di novità , che pur di non riconoscerle entrambe, sommessamente e in semplicità, per quel poco e normale che sono, e rimettersi in pista, si preferisce buttare tutto all’aria e sconfinare nel melodramma. E’ tutto finito! La cosa non funziona più! Oppure : Sono un disgraziato! Ho rovinato tutto! Ma quale finito, non funzionare più, disgraziato e tutto: rimboccarsi le mani, guardarsi dritto in faccia allo specchio, sentirsi per come uno deve sentirsi, pensare che prima si è amato, e tanto!!!….e ripartire.

C’è sempre tempo a mettere la parola fine alle nostre cose. Meglio non avere fretta.MAI.

 

 

 

 

 

 

Eroismòmetro?

Lo so. Il neologismo è orrendo.Eppure questo, e non un altro, mi è venuto in mente sabato, quando ho partecipato ad un convegno dedicato alla Giornata Mondiale del Malato.

Che è successo? Nulla di speciale, in realtà. Anzi, tutto molto in linea con il consueto modo cattolico di presentare le storie di dolore e sofferenza. Che, non si sa perché, sono sempre infettate da un virus molto riconoscibile: quello della “esemplarità” .Le storie di vita vissuta, che in cattolichese  noi nobilitiamo come ” testimonianze”, nel nostro  ambito sono tutte e necessariamente storie esemplari. Edificanti.In ultima analisi, eroiche: per un verso o per l’altro.

Questo, si badi, non càpita solo con la malattia. Ma con qualunque argomento si tratti. Massimamente se si raccontano storie di beati & santi, che devono avere ( peraltro è uno dei requisiti preliminari richiesti dai processi di beatificazione quello della eroicità delle virtù) la mostrina di eroe in bella evidenza sulla tonaca o sul vestito.

L’altro giorno, per esempio, ci sono state raccontate vicende tostissime, in cui i protagonisti, seppur devastati da mali e sofferenze di ogni tipo, spesso amputati, menomati, ridotti alla immobilità, riuscivano a  trovare parole di lode, di ringraziamento e di speranza in Dio. D’altra parte, basta buttare un occhio sullo scaffale di ogni libreria cattolica dedicato all’argomento malattia, per trovare un campionario inesauribile di storie che ripercorrono tutte questo identico cliché:  direzione segnalata eroismo, meta santità.

Io non sono ovviamente nessuno per esprimere giudizi di merito. Ho sempre il fondatissimo sospetto che questi risultati, comunque  dovuti a una azione prodigiosa della grazia che lavora dall’interno, possano avvenire, laddove veramente avvengano, in tempi, modi e linee non così placidi e immediati come ci vengono raccontati. E poi, mi chiedo: che ne è di tutti gli altri?

Ascoltavo, con un po’ di disagio e una certa tristezza, gli applausi che salivano dalla platea al racconto di tutte queste storie edificanti ed eroiche. E pensavo alla folla immensa di gente di cui pullulano reparti ed ospedali, letti dolenti e case segnate dalla malattia, e in cui la vita viene, pur con la forza e la fatica della Fede, tirata avanti con le unghie e con i denti, portata avanti cocciutamente e coraggiosamente,  ma  senza trovare o esprimere        ( forse nemmeno cercare?) concetti alti e spiritualmente devoti.Pensavo ai tantissimi credenti che, pieni di desolazione e magari di spavento, sperimentano tutti i giorni l’assenza e il silenzio di Dio. Eppure, piangendo amaramente dentro di sè, non perdono la fede, pur senza cantare alleluja e inni sacri.Una fede poveraccia, certo: tribolata, polverosa, addolorata, senza gloria alcuna. Di loro, nessuno parla e parlerà.

Mi domandavo: ma dove Gesù ci ha indicato mai la strada dell’eroismo, nella sua vicenda? Con dolcezza e gratitudine, non ho trovato il punto. Al contrario , non si è vergognato di mostrare delusione, solitudine, paura, angoscia, sofferenza spirituale e fisica, non si è mostrato resistentissimo oltre ogni dire, non ha evitato di pregare per essere liberato dalla prova o di gridare a gran voce il suo Dio mio, perché mi hai abbandonato, che rimbomba nei secoli, a conforto di ogni persona che viva (e senta morire) sulla sua pelle questo senso lacerante di vuoto e di abbandono totali…

Mi domando se ci sia fede più “eroica” di quella che non ha paura di mostrarsi debole, incerta, paurosa, fragile e incostante. Di quella che non capisce, recalcitra, mastica rabbia, piange e batte i pugni a terra e in viso, e poi non riesce a far altro che a piantare gli occhi sul crocifisso e ad abbarbicarsi a Lui.Di quella che vomita persino una bestemmia, che, in determinate circostanze, è l’unico modo che qualche persona riesce a trovare per ruggire la sua fede in Dio.Ma non si ferma lì.

Eppure, c’è da scommeterci,  l’eroismòmetro  sarebbe rimasto fermo, davanti a storie così.

Ma non Cristo, che a costoro, come agli altri, è vicinissimo comunque: a braccia spalancate.

 

 

 

 

 

 

 

 

Con la spinta degli “Amici”

Attorno alla sorella Lucia e ai familiari un aiuto a far conoscere la figura anche fuori dal Trentino in sintonia con gli Oblati

Lucia Borzaga con il croficisso appartenuto a padre Mario nella casa di via Gorizia.

Lucia Borzaga con il croficisso appartenuto a padre Mario nella casa di via Gorizia.

 

Mario. Missionario. Martire. Un uomo e la sua vita. Sono sufficienti due parole per descriverla, ma il mistero rimane intatto. Ora beato insieme al catechista laotiano Paolo Thoj Xyooj, morto insieme a lui.

Una missione che Lucia Borzaga, oggi 80 enne, l’unica di quattro figli ancora in vita, ha proseguito con l’Associazione “Amici di padre Mario”, costituita nel 2001 con sede nella parrocchia di S. Antonio, nel rione della Bolghera dove il religioso trentino è nato e cresciuto, per mantenerne vivo il ricordo, la spiritualità e l’impegno.

Si deve all’Associazione l’avvio della Causa di Beatificazione nel 2006, subito approvata dalla Diocesi di Trento con il sostegno dell’arcivescovo emerito Bressan e con l’autorizzazione della Conferenza Episcopale del Laos.

E tra le finalità degli “Amici” vi è sempre stata proprio quella di mantenere vivo il contatti con il Laos, adoperandosi con una serie di iniziative a favore del popolo laotiano, dei religiosi del seminario e soprattutto dei bambini del villaggio di Kiucatiàm, dove Mario aveva svolto la sua missione, ai quali i bambini della catechesi della parrocchia di S. Antonio e di S. Cuore mandano ogni anno matite, quaderni, palloni per ogni classe della nuova scuola, frequentata da 800 scolari.

A padre Mario è stata dedicata la piazzetta della chiesa di S. Antonio e domenica 20 novembre è stata inaugurata alla presenza della sorella la nuova sala giochi dell’oratorio del Duomo intitolata al missionario trentino, un luogo aperto ai ragazzi, alle loro famiglie e a tutta la comunità parrocchiale per incontrarsi, giocare, chiacchierare e stare insieme nel ricordo di un giovane che Lucia definisce “un santo senza aureola” che si prendeva cura del prossimo con piccoli gesti quotidiani.

In vista della beatificazione è nato anche un blog, aperto da un “amico” di padre Mario, Lorenzo Cuffini, lasfidadimario.wordpress.com (pagina facebook: https://www.facebook.com/La-sfida-di-Mario-318359088539183), contenente “riflessioni e motivi di meditazione profonda nelle righe scritte di getto da una felice e ispirata penna” come scrive la sorella Lucia all’interno dello stesso blog il 19 novembre ringraziando l’autore. Inaugurato il giorno dei Santi, terminerà l’11 dicembre 2016, accompagnando giorno dopo giorno alla beatificazione sulle orme e sulle parole lasciate da padre Mario in “Diario di un uomo felice”.

Anche il vaticanista Luigi Accattoli ha inserito padre Mario nella sua ricerca sui “Fatti di Vangelo”. Gli dedica un aggiornato ritratto nel suo blog (http://www.luigiaccattoli.it/blog) dove ricorda una lettera del 18 maggio 1957 alla sorella Lucia padre Mario aveva espresso un’idea di missione che oggi ritroviamo nelle parole di papa Francesco quando parla di “Chiesa in uscita”: “Noi missionari siamo fatti così: il partire è una normalità; andare una necessità, domani le strade saranno le nostre case; se saremo costretti ad ancorarci in una casa la trasformeremo in una strada: a Dio”.

 

Da Vita Trentina, 7/12/2016

FESTA ( E BASTA?!)

Ok, ok.

Lo sappiamo. Abbiamo un Beato in più. Un Beato Martire, per giunta.

Rallegriamoci ed esultiamo. Eccetera eccetera.

Dopodiché: tutto come prima, per quanto mi riguarda?

Un santino in più sul comodino o nel portafoglio,  e ciccia?

Allora, che ce l’ho avuto a fare, Mario? Che ce l’ho avuta a fare, la legione di santi e martiri che nereggiano sui nostri calendari, a prender polvere? Che ce l’ho avuto a fare , Gesù Cristo?

Possiamo inventarci tutte le iniziative del mondo, tutte le celebrazioni dell’universo e tutti i festeggiamenti  possibili & immaginabili. Ma restano contorno. Il piatto forte è uno solo, ed è un altro. E ce lo mostra giusto Mario.Non tanto dall’alto della sua gloria riconosciuta dalla Chiesa, quanto dal basso della sua storia quotidiana e misconosciuta, esattamente come la mia e la tua.

Sono, IO,  rivoluzione, bomba, fuoco che contagia? Non con le mie parole di crusca, ma con i diecimila gesti giornalieri che ho a disposizione? Che vuol dire: mi lascio acchiappare dalla Rivoluzione, dalla Bomba, dal Fuoco che contagia? O smorzo, spengo, caccio sotto il tappeto, addomestico, rumino, devoteggio ,e intanto perdo le ore, le giornate e la mia storia …non so bene   a fare cosa?!

La festa va bene, anzi benissimo. Vanno bene i comitati, la solennità e quant’altro.

Basta che non sia festa e basta.

Basta che non diventi l’ennesima presa in giro per lasciare tutto come prima. A partire da me.

Mario sull’altare ci è andato. Bene. Non è che questo  mi   esenti dal fare la mia parte. Da fare il mio lavoro. Compreso quello che mi sembra ” sporco”.

NO LIMITS.

Doveva essere un blog ” a tempo”.

Lo è stato, per un poco. Fedele alle intenzioni iniziali, quelle di accompagnare me stesso e chi mai lo avesse desiderato alla beatificazione di Mario Borzaga, avevo interrotto la sua attività con lo scoccare della data prevista: l’ 11 dicembre 2016.

Il fatto è che  il calendario è una bella cosa, i proponimenti ne sono un’altra e non meno bella, ma il desiderio e l’impulso interiori sembrano fregarsene dell’uno e degli altri e impongono le loro ragioni in un modo estremamente convincente. Pertanto, mi sono detto: e perché mai?!

Perché interrompere proprio adesso il filo di questo discorso appena annodato? Interromperlo con Mario, prima di tutto : perchè è lui che resta sullo sfondo, con la sua esperienza vissuta, le parole del suo Diario di un uomo felice, e la qualifica nuova di zecca di Beato Martire della Chiesa. Poi, interromperlo con le persone che hanno seguito le mie pagine in questi due mesi circa, e impedire la possibilità di annodarlo  con coloro che ci capitassero sopra per vie varie ed eventuali ( come gli itinerari misteriosi della rete spesso spingono a fare). Infine – cosa che tuttosommato mi interessa sopra ogni altra- interromperlo anche col me scrivente.

Non nascondo che l’idea di trasformare in un piccolo libro i post  di questo blog mi ha tentato come una piccola sirena seducente. Su quelli che macinano parole, il vederle fiorire in un volume, bellino, costruito da capo a coda, col suo bel titolo e la sua bella copertina, tutto che fila via compiuto, è sempre una ipotesi ricca di fascino. Ma, in questo caso, la sirena ha cantato inutilmente. Complice il fallimento di un progettino iniziale di respiro e intendimento piu’ vasto,  mi sono reso conto che – forse  – una strada nata per il web valesse la pena continuarla nello stesso modo. Magari allargandola, sviluppandola, portandola in zone lontane da quelle inizialmente previste, facendole- perchè no- scavalcare colli, montarozzi e cime, e calare giu’ per valli, sgarupi e gallerie sotterranee.

La sfida di Mario, continua, dunque. E diventa la sfida di non considerare concluso un bel nulla, di non giungere per niente alla parola fine, di non mettere ordine e senso logico in bel costrutto e bella forma, trattandosi di vita vissuta, di storia vera,  di vita e storia in divenire e in travaso da una a tante , e da tante , magari, in Una sola. Questa sfida mi è sembrato bello non comporla  e  racchiuderla  nella completezza finita del libro, ma lasciarla aperta, anzi bella spalancata:alla portata di tutti, alla mercé di tutti, anche.

No limits, indeed.

La sfida continua. Il blog, anche.