Lavorare stanca.

Ok, già detto.

Mario  è un beato on the road. 

Dalla scelta di lasciare casa, famiglia, amici, lingua, cultura, terra , radici, a quella della missione lontana, a quella di  “andare” : sempre, dovunque e comunque. Incessantemente, con ogni mezzo a disposizione. Per le strade, i sentieri e i sentierini del Laos. Anche il suo martirio, si consuma on the road.

Per uno di quegli accostamenti di idee e di parole, più di una volta pensando a questo suo continuo spostarsi senza sosta mi sono venuti in mente questi versi:

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

E’ l’incipit di Lavorare stanca, di Cesare Pavese. Che, di suo, non c’entra nulla di nulla, con Mario e la sua storia. Però, potenza evocativa delle parole, queste le ho sempre trovate attinenti e ritagliate su misura anche per lui. In più c’è un altro divertente incrocio di termini su questo stesso testo: è il titolo stesso della poesia che entra in gioco, ed è per questo che ne parlo oggi.

Lavorare stanca. Già. Guardo divertito, su segnalazione di un amico, i dati di lettura dei post sulla beatificazione di Mario, in questo blog da due soldi, che sta andando avanti come può. I contatti vanno in calare costantemente, mi dice il mio amico con circospezione, e ieri si sono attestati su un misero dieci. Mentre me lo fa presente, per rincuorarmi ( non ci sarebbe  niente da rincuorare, perché non c’è nessun mio dispiacere al riguardo, ma lui non cancella quella traccia di costernazione nella voce ) mi dice: che vuoi, la gente, dopo un po’, si stanca a sentir parlare sempre di santità….

Quel gran genio del mio amico,! direbbe Mogol ,se fosse stato al posto mio quando scriveva  ” Sì, viaggiare” ( toh, ma è on the road anche la canzone: vedi come tutto si tiene?). Per confortare lo scribacchino, ha sparato una verità esistenziale di prim’ordine.

Sì: la gente si stanca. Noi ci si stanca. Io, in primo luogo, mi stanco.

E non solo a sentir parlare di santità: che sarebbe ancora il meno. Specie se a parlarne è un dilettante allo sbaraglio, come in questo caso. Ci si stanca anche a cercarla, la santità. Non parliamo poi di viverla. Mi sono sempre domandato perché ci si attardi, da secoli, in questo equivoco che ho più volte segnalato: credere che il santo sia qualcuno con una marcia in più, con un ingrediente misterioso che solo lui possiede, una specie di Dio in miniatura che zot!, lampeggia e sfavilla con le sue virtù eroiche sulla scena di aurea mediocritas del mondo. A chi giova portare avanti questa ambigua comunicazione? Non so darmi la risposta. Però sono arrivato a spiegarmi il perché abbia questo successo popolare travolgente attraverso i secoli e le generazioni. Secondo me perché, rappresentando così il santo, levo me stesso dagli impicci, allontano la prospettiva che quella roba lì ( bellissima, eh, ma da prendere con le molle, gran molle di due metri almeno!) venga a buttarmi all’aria la mia esistenzina comodina, programmatina, devotina, normalina.

Il santo, diciamocelo, se tirato giu’ dalle pale aureolate e dagli altarini, è più vicino a un matto che a una persona tranquilla e perbene. Di don Orione dicevano che fosse ” il folle di Dio” ( e a giudicare da certe foto, con quelle orecchie a sventola, la crapona rasata a zero, gli occhi accesi e un sorriso poco rassicurante, sarei pronto a scommettere che ci marciasse anche un poco sopra, divertendosi); don Bosco, cercarono di farlo internare un paio di volte; di Francesco d’Assisi, sappiamo la nomea che si fece scaraventando il magazzino del padre in strada e andandosene nudo come un verme per non aver più nulla che lo legasse al passato….La santità spaventa. E l’idea di lavorare per la santità, di doverci lavorare, scoprendone tutta la quotidiana fatica, la battaglia piccola e continua che richiede, tutta nascosta, senza gloria, senza affermazione di sè, senza gratificazioni di sorta…. quell’idea  lì, stanca , e tantissimo, solo a pensarci.

Il guaio  , e lo dico a me stesso, tanto per battermelo e ribattermelo nella capoccia, è che la santità, per un cristiano, NON è un optional. Il santo è, semplicemente, il cristiano “riuscito” . Per cui sì: lavorare, stanca. Lavorare ( per la santità),… stanca due volte.

Tanto vale saperlo, rimboccarsi le maniche, e prepararsi a scavare la trincea.

 

 

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Fatto come me.

“Ho mancato stamane in una maniera piuttosto seria alla carità: è umano, proprio nel bel mezzo della gioia e dell’unione con Dio: paff! un colpo solo, come quando cade a terra un piatto nel bel mezzo di un festino. Così deve accadere e non altrimenti: non resta che declinare dolcemente la nube, anche se il sole dell’Amore farà un po’ di fatica ad asciugare il terreno bagnato. (3 dic 1956)”

Non vorrei che qualcuno storcesse un pochino il naso a leggere questa frase, che parla di mancanze, e di mancanze piuttosto serie…..e di mancanze alla carità, poi. Ma come? Qui si parla  di un beato, di un beato ” fresco”, per giunta, e con tutte le belle cose edificanti che si possono e che si devono dire, insomma con tutta la quantità di roba da raccontare sulle sue virtù, si va a scovare una frasetta del suo Diario che parla di cadute?!!

Sì, si va proprio lì. Pace: se qualche naso si torcerà, pazienza.

Perché la citazione , invece, funziona benissimo proprio se letta in controluce rispetto alla luminosa beatificazione di chi l’ha pronunciata. Il problema è che io sto correndo un grande pericolo: a furia di spingere Mario al centro della scena, a forza di sospingerlo verso l’alto,  a furia di volerne parlare  da santo , io certo lo metto all’attenzione mia e di chi legge. Ma, al tempo stesso, lo allontano da me: dalla mia realtà, dalla sostanza di me stesso, dalla normalità dei miei giorni.

Mi viene in mente il proverbio latino : promoveatur ut amoveatur. Sia promosso per essere spostato.Tradotto in soldoni: gli si dia una carica e leviamocelo dai piedi.

Ecco. Non vorrei che, con tutte le migliori intenzioni, il servizio (!) che io sto credendo di rendere a Mario in questo momento , si stia trasformando  in questo bello scherzetto: piazzarlo sul suo bravo  piedistallo, pronto per l’altare, spingendolo via  dalla mia portata. Farne motivo di lode a Dio per avercelo dato, farne un ricettore e collettore di preghiere, farne un intercessore instancabile …ma perdere la verità della sua persona, fatta di anima e di corpo, di bene e di tendenza al male, di virtù e di manchevolezze, di forza straordinaria e di debolezza mai nascosta.

Sarebbe un peccato. Anzi: un peccatone.

Io credo sia importante non scordare che Mario è fatto come me. Come te che leggi. Come tutti quanti. Impasto di divinità e umanità affaticata, di volontà e di possibilità limitate, di fede e di difficoltà nel metterla in pratica, di slanci roventi e di frenate improvvise, di voli altissimi e di repentine cadute.

Intendiamoci: non sto dicendo proprio nulla di nuovo, né di particolarmente originale, come sempre. Mi limito a rendere evidente quello che Mario stesso fa saltare fuori raccontando di sé nel suo Diario. Che è preziosissimo non solo per quanto Mario mi scrive nella sostanza. Ma anche perché mi consegna un beato profondamente umano, alla mia altezza, raggiungibile, praticabile. Farne un esempio algido di virtù adamantina e basta, sarebbe non fare un buon servizio nè a lui, nè a noi, nè, in ultuima analisi, a Cristo. Che non chiama dei supereroi invincibili, ma dei poveracci in carne e ossa e difficoltà come tutti quanti siamo.

La frase che riporto oggi vale oro per questo motivo  e perché può essermi d’aiuto continuamente dal momento che , nel caso mio, la mancanza e la caduta sono continue,  vero pane quotidiano del mio essere cristiano. Ancora una volta devo ringraziare Mario per  aver saputo fotografare senza far tante storie la banalità del male: intanto beccarla al volo (proprio nel bel mezzo della gioia e dell’unione con Dio) come a dirmi : occhio, non è che la pratica religiosa, la preghiera, i sacramenti, per quanto indispensabili, ti corazzino contro te stesso. Proprio nel bel mezzo di essi, proprio là quando mi sento beotamente “ a posto” e tranquillo, puo’ cascare l’asino della mia presunzione di ” essere nel giusto”.Nessun dramma, nessun cantar di gallo, nessun scotimento d’animo, nessuna grandezza al negativo: paff! un colpo solo, come quando cade a terra un piatto nel bel mezzo di un festino.

E non ha finito, Borzaga. Ci va giu’ ancora e precisa: Così deve accadere e non altrimenti. Che significa: questa non è l’eccezione, ma la regola. Sono debole, sono pieno di limiti, sono pieno di egoismi….In una parola, e senza aggiungere tanto altro, sono io. Detto tutto. Non c’è autoassoluzione alcuna in queste parole così chiare: ma nemmeno l’ombra del senso di colpa, tanto apparentemente nobile, quanto intrinsecamente deleterio e inutile. Nessun autocompiacimento, nessun giustificarsi facile, nessun piangersi addosso. Solo prendere atto della realtà oggettiva di come si è fatti.

E provvedere in merito. Mario non è tipo da lasciare le cose a metà.Se individua la falla, indica anche il modo per porci rimedio. In questo caso direi che lascia affiorare la sua vena poetica, ricorrendo ad immagini liriche per descrivere un atteggiamento che forse gli sarà sembrato indelicato indicare nei dettagli. O, più semplicemente, per parlare di uno stato d’animo piu’ che di una serie di comportamenti concatenati da adottare. “non resta che declinare dolcemente la nube, anche se il sole dell’Amore farà un po’ di fatica ad asciugare il terreno bagnato. “

Non resta che: nessun gesto eclatante, nessuna piazzata, nessun atto plateale.Prendere atto di quello che si sapeva già, e che è bene continuare a sapere: la propria pochezza.E lasciare fare : che sembra atteggiamento passivo, ma al contrario è quanto di piu’ attivo io possa decidere, se lascio campo sgombro a Dio. Il quale , per l’ennesima volta, è evocato qui con la sua Essenza, invece che con il suo nome, ancora quell’ Amore che torna e ritorna e ritorna ancora. E’ Lui il sole, è sua l’azione, è sua anche quel poco di fatica che deve fare per aver la meglio su di me, terreno poveraccio, bagnaticcio, da asciugare.

Mario Borzaga: fatto uguale uguale a me ( e adesso sono cavoli tutti miei).

Mario & Diogene.

Cerco di cercare Gesù dappertutto, perché, se trovo Lui o la sua Croce, sono sicuro di amare; se non lo trovo devo dubitare. ( Diario)

Si sa : il sapiente Diogene se ne andava in giro col mitico suo lanternino acceso in pieno giorno, dichiarando solennemente a chi glielo chiedesse che  stava cercando l’uomo. Letta la citazione qui sopra, invece, potrei dire che Mario, senza lanterna alcuna e senza l’ombra di  nessuna solennità , si sia dedicato pure lui a una ricerca, ma dichiarando – all’opposto – di star cercando Altro.

Ora. Due cose non si possono negare in  Borzaga.

La prima è la volontà: precisa, determinata, rocciosa.

La seconda è il realismo disincantato. Specie nell’osservare se stesso.

La sua scrittura è in tensione continua tra questi due poli: la prima senza il secondo si tradurrebbe in velleitarismo tronfio e  gonfiato, il secondo senza la prima aprirebbe la via a un lasciarsi andare alla propria debolezza. Entrambe, interagendo insieme, fanno da vaccino per i due rischi opposti e germogliano in affermazioni a sorpresa come quella riportata: ” Cerco di cercare Gesù” .

Una espressione che dice tutto il desiderio, la voglia di darsi da fare in tutti i modi, di battere ogni via possibile, di non lasciar nulla di intentato. Ma, allo stesso tempo, che esprime anche l’incertezza del risultato che si può ottenere, l’aleatorietà del tentativo, la fragilità delle prospettive di successo. Un raddoppio di verbo che fa da moltiplicatore alla consapevolezza del sapersi poca roba. Mario dimostra così di avere  ben recepito dentro di sé il brano lapidario del Vangelo in cui si dice ” senza di Me non potete nulla“.

La meta è chiara e espressa senza tentennamenti: Gesù dappertutto. Bisognerebbe capire bene quanto sia coinvolgente quell’avverbio. Vuol dire non solo nella preghiera, nella Parola, nel Sacramento. Ma ovunque. Non so se mi spiego.

Ma, a parte questo, è il raggiungerla che si fa complesso: perché , ci fa capire Mario, entro in campo io con la mia azione. Ecco quindi : alla certezza dell’obbiettivo si accompagna un disincantatissimo “cerco di cercare” . Tradotto : faccio il possibile per tentare in tutti i modi di provare a  cercare Gesù Cristo ( sottinteso: senza garanzie di trovarlo).

Il perché di questa ricerca è chiarissimo: o trovo Lui o la sua croce, e allora sono sicuro di amare. O no. E allora devo dubitare. Occhio: quell’aggancio paritario tra Cristo e la sua Croce è rivelatore. Perché Cristo, si sa, io posso trovarlo o non trovarlo. Ma anche “solo ” la sua croce, va bene . Questa affermazione sembra spingere  all’estremo il ragionamento evangelico: chi mi vuol seguire, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Dunque, se io, non vedendolo, mi chiedessi : ma Dove sei Gesù?  ” basterebbe”  che prendessi  su di me una delle croci enormi che incontro sulla mia strada, me la caricassi  addosso e me la portassi :  arriverei  a trovarlo.

In pratica, se incontrerò Gesù o una croce da portare, dice Borzaga  con una sintesi fulminante, sarà stato perché avrò amato per davvero. Se non  incontrassi nessun dei due, non sarà stata sfortuna o sorte, ma il semplice e banale fatto di non avere amato sul serio.

Uomo avvisato , mezzo salvato, dice il proverbio.

Mi sa che valga anche per il lettore del Diario.

 

 

Ad ogni sera

Kiukatiam. 16 aprile 1960: Ultima Veglia pasquale. 

“Ad ogni sera della mia vita mi ricorderò di questa notte di veglia ardente per rinascere nel coraggio e nell’Amore”. (Diario)

Come non sentire riecheggiare in queste parole – così borzaghiane nelle premesse senza mezzi termini e appassionate ( “ad ogni sera della mia vita.”… ” la veglia ardente”) – il dialogo evangelico tra Gesù e Nicodemo?

E’ quel ” rinascere “ l’aggancio.

“In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio». 4 Nicodemo gli disse: «Come può un uomo nascere quando è già vecchio? Può egli entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?» 5 Gesù rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato d’acqua e di Spirito, non può entrare nel regno di Dio. 6 Quello che è nato dalla carne, è carne; e quello che è nato dallo Spirito, è spirito. 7 Non ti meravigliare se ti ho detto: “Bisogna che nasciate di nuovo”. 8 Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va; così è di chiunque è nato dallo Spirito».

Mario, a modo suo, connota piu’ precisamente due caratteri dello Spirito nei quali intende “essere ri- generato”: il coraggio e l’Amore.

Potrebbe essere scambiata per una esaltazione  spirituale del momento, questa dichiarazione. Una sparata, tanto solenne, quanto teorica. Ma , ormai lo abbiamo capito, nulla è teorico in Mario.

Il coraggio.Quello che sorprende e commuove nell’intimo chi ha letto le pagine del suo Diario è sapere quanto quel coraggio qui tanto decisamente indicato, sia faticoso da vivere per lui. Si hanno ben presenti i passi in cui vengono descritte le ansie, le paure, i patemi di vario tipo e di diversa intensità che scuotono il suo cuore in tante situazioni. Mario non gioca mai a fare l’eroe senza macchia e senza paura. Tutto il contrario, semmai: annota con scrupolo da cronista e con occhio sanamente critico e realista ogni macchia, comprese le piccolette, e ogni paura. Il coraggio in lui è una conquista quotidiana, tanto piu’ sorprendente, quanto più forte è la sua dimestichezza con il timore e l’inquietudine.Mi viene da pensare alla celebre frase manzoniana messa in bocca a don Abbondio ” il coraggio uno non se lo puo’ dare”... e mi viene da dire che qui si tocca con mano il contrario esatto. Questa cosa  non è teorica manco per me, anzi: mi riguarda direttamente e da vicino. Perché va a intaccare la mia scusa principale, il mio alibi che dovrebbe essere di ferro per giustificare non dico le vigliaccherie e i tradimenti, ma il non mettermi proprio in gioco, stante la mia debolezza caratteriale e spirituale endemica. Tutte storie,devo concludere:  guardando la vicenda di Mario.

L’Amore. Ancora una volta, un richiamo ad amare. Sempre presente, sempre fortissimo, sempre con la A maiuscola, e non solo graficamente. Potrebbe essere sdolcinato, tutto questo insistere, se non sapessimo quanto Mario tiene ben presente   quello che significa per davvero, quell’Amore. Una opzione di vita senza ritorno, indipendentemente dalle fatiche e dagli ostacoli, dai risultati e dalle conseguenze. Che si realizza in un solo modo: dando tutta intera, e giorno dopo giorno, la propria vita. Non in uno slancio velleitario e viziato da protagonismo o mania di grandezza; nemmeno in un desiderio di autodistruzione di sé. Al contrario, un dono di sé che è un continuo rimando al vero dono della Vita: quello che Gesù ha compiuto e continua a compiere fra di noi e per noi tutti. Per questo  giova riprendere  qui il testo dell’incontro con Nicodemo :

14 «E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. 16 Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna. 17 Infatti Dio non ha mandato suo Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. 18 Chi crede in lui non è giudicato; chi non crede è già giudicato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. 19 Il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo e gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. 20 Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; 21 ma chi mette in pratica la verità viene alla luce, affinché le sue opere siano manifestate, perché sono fatte in Dio».

Morale. La questione del ri-nascere è fondamentale, e Mario, con il suo ” ad ogni sera”, mi mette nero su bianco la necessità di ricordarmene quotidianamente. Altro che “archiviare” la Pasqua, insieme alle uova e alle colombe.

 

 

 

 

 

  •  Grazie a padre Angelo Pelis per il ricordo dell’Ultima Pasqua di Mario

 

 

PASQUA! ( Ma come?)

“Cerco di interiorizzarmi e di vivere la mia vita d’amore, o meglio di cogliere le occasioni per amare, perché mi accorgo che si può anche fingere di amare e così illudere se stessi.” (Diario).

Va bene, va bene. E’ Pasqua. Campane a distesa, rinascere a vita nuova, la morte sconfitta. Quante cose straordinarie e bellissime. Dopo i tre giorni della settimana santa, con i loro momenti di meditazione e di commozione, mi sento  perfino in diritto di festeggiare.

“Il solito asino”, commenterebbe Mario, che questa espressione l’ha usata anche per  se stesso. E avrebbe ragione a farlo. Ragione da vendere.
Perché posso anche festeggiare e sentirmi bene e rinvigorito a dire , e sentirmi dire “Buona Pasqua”.

Ma poi, che succede?

Mi prendo buono ancora  il lunedì dell’Angelo, e poi , da martedì, via, si riparte, tutto uguale a prima?

Mario dice bene e mi  da un suggerimento, perchè questo non accada : cerco di interiorizzarmi . Una espressione curiosa, a ben vedere. Io “interiorizzo”, cioè porto alla mia dimensione piu’ profonda, un fatto , una scelta, una situazione. Qui si tratta invece di interiorizzare me stesso: tutto di me, in altre parole. Una strada, manco a dirlo, secca, radicale. Non me ne accorgo, ma in realtà, tutto mi porta fuori da me: le cose da fare, i programmi sempre pieni, le scadenze; ma anche un certo modo di vivere le relazioni con gli altri, compresa quella con la religione e con Dio.

Detto così, il rischio però è che tutto si fermi a un livello generico e indistinto.Quanto di più lontano dalla visuale di Mario. Il quale, difatti, precisa e va nel dettaglio. Interiorizzarmi e vivere la mia vita di amore. Anche questa, una espressione particolare e anomala. Scendere nel profondo, portarcr tutto se stesso, vuol dire questo: ” amare“, non nella modalità sentimentalismo alla Liala, ma nella modalità Nazareno, quella ,concretissima , di vivere l’amore. E vivere vuol dire fatti, gesti, atti, parole, pensieri, decisioni e realizzazioni.Tutto, insomma.

Pure questo, tuttavia,  deve essere risultato poco soddisfacente all’occhio e alla sensibilità allergici alla retorica come quelli di Borzaga. Il quale specifica ulteriormente, scendendo dai piani alti a quelli a livello terra terra: O meglio, cogliere le occasioni di amare. Vita d’amore è bellissimo….ma rischia di restare utopico.Andiamo sul pratico, via: le occasioni di amare che ogni giorno incontro. Quello è il campo giusto, alla portata, da metter nel mirino. A che farci? Perché preoccuparmene? Perché c’è un rischio sottile, che Mario ha individuato con chiarezza. Non basta decidere, scegliere e volere amare; non basta concentrarsi sulle occasioni effettive per farlo, traducendo il principio in pratica; occorre fare attenzione al bluff, alla fuffa, all’ingannone. Mettere in scena la rappresentazione dell’amore, ingannando tutti, a partire da me stesso.

Questa osservazione è quanto mai acuta: specie se accompagnata a quell’altra sull’interiorizzarsi. Puo’ darsi benissimo che uno sposti l’attenzione su se stesso, spaccando il capello in quattro, in quattrocento e in quattromila su ogni piccola cosa accada al proprio interno, facendo un gran parlare di amare, di amare il prossimo, di come farlo, di quando farlo, di perché e percome farlo….e esaurendosi lì. Una finzione, un teatro, uno psicodramma, un one man show in cui si è mattatori istrionici e protagonisti assoluti. Una trappola inutile e pericolosa del solito egone trionfante.

Perché questa frase mi pare una  citazione pasquale perfetta?

Perchè la tomba vuota di Gerusalemme, se ci credo,  butta all’aria e disgrega completamente questa finzione di amare. Pasqua mi frega, senza via di scampo. Mi aspetta la strada degli apostoli. Dal vivere all’ombra del Maestro, seguendolo “alla Pietro” prima maniera, con entusiasmo guascone e pronto al rinnegamento urlato e triplice… all’agire in primo piano, all’uscire dall’ombra, al metterci faccia, vita e, magari, come ha fatto Mario, la stessa pelle. Dal Pietro prima maniera, a quello della spiaggia all’alba, a tu per tu con il Risorto, che ti pianta gli occhi in faccia e  ti chiede senza tante menate : mi ami? mi vuoi bene? Allora, vai e fai come me.

Ecco. E’ arrivata Pasqua e la finzione è pronta per finire su in soffitta.

 

 

Un Sabato speciale.

E’ bello passare questo Sabato Santo con Mario.

Questo è il giorno del silenzio.

Dopo il gran dolore del venerdì del Calvario e prima dell’alba incredibile della risurrezione.

Tra i tre del Triduo, e’ il giorno più normale e comune alla esperienza di tutti.

Giorno del distacco, della prima assenza, della mancanza ancora tutta da realizzare. Il momento in cui, e anche questo lo proviamo tutti, la fine delle sofferenze di chi ci è stato tolto è comunque un amaro, doloroso, inaccettabile fino a ieri, “sollievo”. Pronto a trasformarsi in rimpianto, in struggimento, in tristezza profonda. Ma, ora, un attimo di respiro sospeso e di sospensione dal male, che per ciò stesso, è una piccola, impensabile oasi con dei suoi tempi e dei suoi spazi propri.

E’ bello passare questo giorno, con queste caratteristiche tutte sue,  con Mario.

Perché di Mario abbiamo conosciuto nei dettagli la storia: non solo nel senso di vicenda, ma anche di storia quotidiana, minuta, spicciola. Ne abbiamo imparato le piccole e grandi difficoltà, le sofferenze, le privazioni. Gli slanci e le passioni. Abbiamo saputo, restituite dal gorgo dei fatti e delle boscaglie, i tempi e i modi del suo personale calvario, insieme a Paolo. Ora abbiamo anche la certezza conclamata della sua vita nella gloria della santità.

Adesso possiamo dire ad alta voce   la verità che avevamo sempre intuito nel cuore: Mario ci è soltanto un passo avanti.

Ci ha preceduto e ci precede.

Ci aspetta sulla NOSTRA strada e ci dimostra, con se stesso, che  non importano le delusioni, le contrarietà, le solitudini, non importa neppure la morte.Chi cerca di seguire per davvero Gesù, lo trova. E per sempre.

Mario è compagno di tutti quelli che lo vogliono.

Ma OGGI puo’ esserlo in particolare di quelli che piangono un vuoto, che sopravvivono a una morte, che si sentono spezzati e senza ragione di esistere per un lutto imprevisto e atroce.Penso alla mamma di Mario, a cui è toccato in sorte vivere un lungo, lunghissimo sabato santo di privazione, silenzio e mistero dolorosissimo. Penso al suo dolore, e a quello degli altri di famiglia, nel non avere potuto avere nemmeno una tomba su cui dare corpo al proprio pianto dell’anima. Penso a tutti quelli che sono nella sua stessa situazione, a tutti quelli che restano soli con la definizione di ” scomparso”. Forse, una nota particolare, un’eco particolare risuonerà tra poco nei loro orecchi  e nei loro cuori, al sentire proclamata quella affermazione inaudita di chi cercava, senza poterlo trovare, il corpo diGesù morto. ” Perchè cercate tra i morti colui che vive?”

Buon sabato, questo sabato, con Mario.

Si raccoglierebbero i frammenti…..

” Mio Dio!Se si sapesse che cosa è la Grazia!Si raccoglierebbero tutti i frammenti”

(Diario, 10 aprile 1957)

 

E dunque, sono passati sessant’anni giusti da quest’ annotazione, che resta vivida e verissima per ciascuno di noi. Per me senz’altro, almeno.

Mario, da persona normalissima quale è, ha talvolta di questi momenti ” esclamativi”. E’ una esperienza che credo tutti abbiamo provato. Momenti, rari nel mio caso, di illuminazione improvvisa, in cui si ha la cognizione precisa della grandezza del Mistero.Una sensazione molto vicina alla vertigine, che possiamo sostenere per breve tempo. Poi si torna alla routine più piatta e opaca della fatica quotidiana del vedere come in uno specchio.

La Grazia!

Quante volte ne sentiamo parlare. Quante volte la chiediamo, quante volte ne veniamo investiti potentemente senza nemmeno rendercene conto…se non, confusamente, a posteriori. Quante volte addomestichiamo questo concetto a quello più maneggevole e alla portata di ” grazia richiesta”, “grazia ricevuta”, e via discorrendo. Grandi cose anche queste, naturalmente. Ma tutt’ altro paio di maniche.

La Grazia è quella che riempie Maria, trasformandole la vita per sempre. La Grazia agisce. Non è un’aureola che ci viene accesa sulla crapa per meriti & virtù acquisite. E’ qualcosa di potente e, in certo qual modo, anche inquietante, se non francamente anche spaventevole , umanamente parlando, per le conseguenze che può mettere in atto dentro e intorno  a noi. La Grazia ci viene riversata addosso gratuitamente, e non è detto che ci venga data come, dove e quando noi ce la saremmo aspettata.

La Grazia ” ci uniforma” a Gesù Cristo. Dicono così.

Che è cosa da far venire i brividi in tutti i sensi, e che ci stana dal quieto vivere e dal pochetto sicuretto che ci piace così tanto.

Basta buttare un occhio , anche solo di sfuggita, alla storia di Mario per averne la prova.