Dammi una mano, Mario.

E così, siamo alla fine.

Dopo sei mesi, da quel primo di novembre, la beatificazione e adesso la grande festa di Trento in ringraziamento e in suo onore, questo blogghetto  borzaghiano si ferma per davvero.

E’ stato un gran piacere e una gran fortuna passare questo tempo a tu per tu con Mario. Un tempo privilegiato e pieno di sorprese. La più grande di tutte? Questa: scoprire che per quanto si legga e si rilegga il Diario di un uomo felice,  si trovano sempre non una, non due, ma una infinità di cose  da dire. O meglio, per essere precisi: è il Diario che rivela ogni volta di avere una infinità di cose da dire. Basta sturarsi le orecchie e mettersi un attimo in ascolto: arriva tutto, forte e chiaro. E sempre roba nuova.

Cosa magnifica tra tutte le altre: le sue pagine parlano, sempre, personalmente a me. E scommetto che possa essere così per tutti quanti.

Ma tutto ha un termine, e anche questo tempo , pur ripreso e dilatato già una volta, è bene che finisca. Quello che non finisce è l’avere Mario per compagno di strada.

Che è quello che conta.

Ho passato questi sei mesi a scoprire i tanti lati umanissimi e normali che, tutti insieme, hanno fatto la vera straordinarietà della storia di Mario. Adesso è il momento anche per me di  guardare al Mario sull’altare, al Mario ufficialmente beato. Un pochino mi dispiace, veramente. Quello è il ruolo pubblico, ormai universale, di Borzaga. E’ un po’ come se un  amico caro fosse lanciato wolrdwide….ne sarei  felice, ma un frisino rimpiangerei la dimensione domestica e privata dell’amicizia di prima. Sciocchezze, ovviamente: perché una cosa non esclude per nulla l’altra.

La Chiesa ci assicura che Mario puo’ intercedere per noi. Ma a me non viene tanto, come termine da usare. Non è che tiro su il telefono e parlando ad un amico gli dico: puoi intercedere per me, perfavore? E dunque, perché  con lui devo cambiare il modo di parlare?Dico a Mario quello che gli direi se lo avessi qui, a un centimetro dal naso: dammi una mano, Mario.

I bisogni di questo bestione che per sei mesi ti ha parlato addosso, beh, li conosci tutti. Compresi quelli piu’ nascosti, più intensi, più dolorosi. Inutile che te li stia ad elencare. So che li conosci né più e nè meno di quelli dei tanti altri che si rivolgono a te quotidianamente. E di questo sono sinceramente felice, perché non c’è nessuna delle cose per cui io ti posso chiedere aiuto che sia così originale da non poter essere assimilata, equiparata a quella di chissà quanti altri. Ho imparato che se c’è un modo in cui  si tocca con mano che la fraternità non è teoria, ma pratica concreta, è considerare come siamo tutti presi, feriti, provati dalle stesse difficoltà e dalle stesse necessità. Le stesse che hai provato tu, d’altra parte.

Dammi una mano, Mario. E come a me, dalla a tutti quelli che ti cercano. Danne poi una speciale, una mano doppia ( e date le tue manone, capirai che si tratterebbe di una mano quasi quadrupla) a tutti quelli che NON ti cercano. Aiuta me e quelli come me a andare proprio da quelli: non a fare i maestrini e i tidicoiolaverità, ma a vivere con loro, a metterci a loro disposizione, a fare capire che di loro, così come sono, a noi importa e importa un sacco.

Dammi una mano quando sono a terra: cosa frequentissima. Ma dammi una mano SOPRATTUTTO nelle rarissime volte in cui sono in piedi: perché in quelle volte ,io non sono in piedi: semplicemente  mi sento in piedi, quando invece sono sempre col sedere per terra , solo che non me ne accorgo.

Dammi una mano quando sento di non farcela più. Ma dammele tutte e due quando mi sentissi in grado di : un povero illuso  e presuntuoso è assai più in pericolo di uno sfiatato seduto  malamente ai bordi della strada.

Dammi una mano, ma senza nessuna, nessunissima fretta, quando sarà il momento di poter arrivare a guardarti in faccia, e conoscerti, finalmente, di persona.Ecco: lì,  su di una  tua parolina giusta, detta all’orecchio del nostro comune Amico, spero con tutto il cuore.

Grazie di aver viaggiato con me, grazie perché continuerai a farlo.

Grazie di tutto, che facciamo prima.

Ciau, Mario.

 

 

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