“Sconvolge e cambia”.

Spesso l’atto di umiltà di chiedere la forza a Gesù significa già l’averla ottenuta. Questa è la buona volontà nell’amore del Cristo: egli sconvolge e cambia il significato delle parole, per cui chiedere significa nel medesimo tempo ricevere. (13 nov 1956).

 

Beh, diciamolo.

Per chi scrive, e maneggia tutti i giorni le parole, come uno strumento di lavoro e di vita, fa un certo effetto leggere questa affermazione: Egli ne sconvolge e cambia il significato.  Che Dio sia creatore, lo so anche io. Ma Mario mi indica qui  un Signore che come  trasforma la materia e la ricrea,  allo stesso modo, reinventa e instilla forza e potenza e nuova sostanza alle parole che abitudinariamente usiamo.

Che abitudinariamente uso.

Che la preghiera sia qualcosa di tellurico e misterioso, dirompente nelle sue potenzialità, talvolta l’ho vagamente  intuito anche io, nella semplice esperienza  vissuta. Solo che poi l’ho lasciata così come è,  magari annoverando la considerazione alla voce  “esperienze particolari”, da raccontare con stupore e qualche impaccio.

Mario non conosce e non ama gli impacci. Dice anzi pane al pane e procede spedito per la strada di quello che vuole comunicare. In questo caso la capacità generativa e trasformante della preghiera. C’è un salto vertiginoso tra questa concezione- viva e vivificante-  e quella che normalmente ne ho io : ingessata e parolaia . Mario ribalta il centro dell’azione, come spessissimo gli capita di fare. Non ci  sono io che prego, nel mezzo della scena : è Gesù pregato, il protagonista.

L’atto di umiltà di chiedere la forza a Gesù, significa già l’averla ottenuta . Ma questa è la stessa storia del Padre nella parabola del figlio prodigo: come se  mi avesse  già scorto da lontano nel momento stesso in cui apro bocca e mente e cuore per riconoscere di non avere forza. E chiedergliela. La situazione è la stessa. Il figlio si era preparato un ” piano” : mi alzerò, andrò, dirò. Al Padre, invece, era  bastato vederlo arrivare da lontano: quello che il figlio gli dice, lo sa e lo conosce e lo pre- ama già. Qui, stessa storia : l’atto di umiltà di chiedere la forza che non si possiede, è già tutto. TUTTO quel che posso fare. Il resto spetta a Dio. Che, nel momento in cui gli parlo, ascolta e agisce, e trasforma le richieste in risposte, il senso delle parole,  ed ecco che , per così dire,  nel momento stesso in cui chiedo, ricevo.

Nulla di magico e di automatico però: la mia umiltà deve essere lì, vera e viva, non di facciata o di devozione; il mio desiderio di essere dentro Dio , idem. Senti Borzaga come ti va a esprimere ‘sto ginepraio di relazione: la buona volontà nell’amore di Cristo. Tradotto:  l’amore di Cristo è lì, pronto a traboccare e trasformarmi dentro, ma aspetta un segno vero della mia buona volontà  ( grazie al cielo  non un frutto, un azione, un risultato…..se no, sai che fregatura); e allo stesso tempo la mia buona volontà per quanto volonterosa e buona sia, da sola, vale il due di picche, e resta aria fritta se non è nell’amore di Cristo.

Resto convinto che, quando prego,  sono come un ragazzino incosciente che maneggia un mitragliatore di tecnologia avanzatissima: non ho la minima idea della potenza dell’arma che mi ritrovo tra le mani.

Mario, con pazienza: vedi di sgrossare un poco questo bestione che ti parla.

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