Lavorare stanca.

Ok, già detto.

Mario  è un beato on the road. 

Dalla scelta di lasciare casa, famiglia, amici, lingua, cultura, terra , radici, a quella della missione lontana, a quella di  “andare” : sempre, dovunque e comunque. Incessantemente, con ogni mezzo a disposizione. Per le strade, i sentieri e i sentierini del Laos. Anche il suo martirio, si consuma on the road.

Per uno di quegli accostamenti di idee e di parole, più di una volta pensando a questo suo continuo spostarsi senza sosta mi sono venuti in mente questi versi:

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

E’ l’incipit di Lavorare stanca, di Cesare Pavese. Che, di suo, non c’entra nulla di nulla, con Mario e la sua storia. Però, potenza evocativa delle parole, queste le ho sempre trovate attinenti e ritagliate su misura anche per lui. In più c’è un altro divertente incrocio di termini su questo stesso testo: è il titolo stesso della poesia che entra in gioco, ed è per questo che ne parlo oggi.

Lavorare stanca. Già. Guardo divertito, su segnalazione di un amico, i dati di lettura dei post sulla beatificazione di Mario, in questo blog da due soldi, che sta andando avanti come può. I contatti vanno in calare costantemente, mi dice il mio amico con circospezione, e ieri si sono attestati su un misero dieci. Mentre me lo fa presente, per rincuorarmi ( non ci sarebbe  niente da rincuorare, perché non c’è nessun mio dispiacere al riguardo, ma lui non cancella quella traccia di costernazione nella voce ) mi dice: che vuoi, la gente, dopo un po’, si stanca a sentir parlare sempre di santità….

Quel gran genio del mio amico,! direbbe Mogol ,se fosse stato al posto mio quando scriveva  ” Sì, viaggiare” ( toh, ma è on the road anche la canzone: vedi come tutto si tiene?). Per confortare lo scribacchino, ha sparato una verità esistenziale di prim’ordine.

Sì: la gente si stanca. Noi ci si stanca. Io, in primo luogo, mi stanco.

E non solo a sentir parlare di santità: che sarebbe ancora il meno. Specie se a parlarne è un dilettante allo sbaraglio, come in questo caso. Ci si stanca anche a cercarla, la santità. Non parliamo poi di viverla. Mi sono sempre domandato perché ci si attardi, da secoli, in questo equivoco che ho più volte segnalato: credere che il santo sia qualcuno con una marcia in più, con un ingrediente misterioso che solo lui possiede, una specie di Dio in miniatura che zot!, lampeggia e sfavilla con le sue virtù eroiche sulla scena di aurea mediocritas del mondo. A chi giova portare avanti questa ambigua comunicazione? Non so darmi la risposta. Però sono arrivato a spiegarmi il perché abbia questo successo popolare travolgente attraverso i secoli e le generazioni. Secondo me perché, rappresentando così il santo, levo me stesso dagli impicci, allontano la prospettiva che quella roba lì ( bellissima, eh, ma da prendere con le molle, gran molle di due metri almeno!) venga a buttarmi all’aria la mia esistenzina comodina, programmatina, devotina, normalina.

Il santo, diciamocelo, se tirato giu’ dalle pale aureolate e dagli altarini, è più vicino a un matto che a una persona tranquilla e perbene. Di don Orione dicevano che fosse ” il folle di Dio” ( e a giudicare da certe foto, con quelle orecchie a sventola, la crapona rasata a zero, gli occhi accesi e un sorriso poco rassicurante, sarei pronto a scommettere che ci marciasse anche un poco sopra, divertendosi); don Bosco, cercarono di farlo internare un paio di volte; di Francesco d’Assisi, sappiamo la nomea che si fece scaraventando il magazzino del padre in strada e andandosene nudo come un verme per non aver più nulla che lo legasse al passato….La santità spaventa. E l’idea di lavorare per la santità, di doverci lavorare, scoprendone tutta la quotidiana fatica, la battaglia piccola e continua che richiede, tutta nascosta, senza gloria, senza affermazione di sè, senza gratificazioni di sorta…. quell’idea  lì, stanca , e tantissimo, solo a pensarci.

Il guaio  , e lo dico a me stesso, tanto per battermelo e ribattermelo nella capoccia, è che la santità, per un cristiano, NON è un optional. Il santo è, semplicemente, il cristiano “riuscito” . Per cui sì: lavorare, stanca. Lavorare ( per la santità),… stanca due volte.

Tanto vale saperlo, rimboccarsi le maniche, e prepararsi a scavare la trincea.

 

 

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