Fatto come me.

“Ho mancato stamane in una maniera piuttosto seria alla carità: è umano, proprio nel bel mezzo della gioia e dell’unione con Dio: paff! un colpo solo, come quando cade a terra un piatto nel bel mezzo di un festino. Così deve accadere e non altrimenti: non resta che declinare dolcemente la nube, anche se il sole dell’Amore farà un po’ di fatica ad asciugare il terreno bagnato. (3 dic 1956)”

Non vorrei che qualcuno storcesse un pochino il naso a leggere questa frase, che parla di mancanze, e di mancanze piuttosto serie…..e di mancanze alla carità, poi. Ma come? Qui si parla  di un beato, di un beato ” fresco”, per giunta, e con tutte le belle cose edificanti che si possono e che si devono dire, insomma con tutta la quantità di roba da raccontare sulle sue virtù, si va a scovare una frasetta del suo Diario che parla di cadute?!!

Sì, si va proprio lì. Pace: se qualche naso si torcerà, pazienza.

Perché la citazione , invece, funziona benissimo proprio se letta in controluce rispetto alla luminosa beatificazione di chi l’ha pronunciata. Il problema è che io sto correndo un grande pericolo: a furia di spingere Mario al centro della scena, a forza di sospingerlo verso l’alto,  a furia di volerne parlare  da santo , io certo lo metto all’attenzione mia e di chi legge. Ma, al tempo stesso, lo allontano da me: dalla mia realtà, dalla sostanza di me stesso, dalla normalità dei miei giorni.

Mi viene in mente il proverbio latino : promoveatur ut amoveatur. Sia promosso per essere spostato.Tradotto in soldoni: gli si dia una carica e leviamocelo dai piedi.

Ecco. Non vorrei che, con tutte le migliori intenzioni, il servizio (!) che io sto credendo di rendere a Mario in questo momento , si stia trasformando  in questo bello scherzetto: piazzarlo sul suo bravo  piedistallo, pronto per l’altare, spingendolo via  dalla mia portata. Farne motivo di lode a Dio per avercelo dato, farne un ricettore e collettore di preghiere, farne un intercessore instancabile …ma perdere la verità della sua persona, fatta di anima e di corpo, di bene e di tendenza al male, di virtù e di manchevolezze, di forza straordinaria e di debolezza mai nascosta.

Sarebbe un peccato. Anzi: un peccatone.

Io credo sia importante non scordare che Mario è fatto come me. Come te che leggi. Come tutti quanti. Impasto di divinità e umanità affaticata, di volontà e di possibilità limitate, di fede e di difficoltà nel metterla in pratica, di slanci roventi e di frenate improvvise, di voli altissimi e di repentine cadute.

Intendiamoci: non sto dicendo proprio nulla di nuovo, né di particolarmente originale, come sempre. Mi limito a rendere evidente quello che Mario stesso fa saltare fuori raccontando di sé nel suo Diario. Che è preziosissimo non solo per quanto Mario mi scrive nella sostanza. Ma anche perché mi consegna un beato profondamente umano, alla mia altezza, raggiungibile, praticabile. Farne un esempio algido di virtù adamantina e basta, sarebbe non fare un buon servizio nè a lui, nè a noi, nè, in ultuima analisi, a Cristo. Che non chiama dei supereroi invincibili, ma dei poveracci in carne e ossa e difficoltà come tutti quanti siamo.

La frase che riporto oggi vale oro per questo motivo  e perché può essermi d’aiuto continuamente dal momento che , nel caso mio, la mancanza e la caduta sono continue,  vero pane quotidiano del mio essere cristiano. Ancora una volta devo ringraziare Mario per  aver saputo fotografare senza far tante storie la banalità del male: intanto beccarla al volo (proprio nel bel mezzo della gioia e dell’unione con Dio) come a dirmi : occhio, non è che la pratica religiosa, la preghiera, i sacramenti, per quanto indispensabili, ti corazzino contro te stesso. Proprio nel bel mezzo di essi, proprio là quando mi sento beotamente “ a posto” e tranquillo, puo’ cascare l’asino della mia presunzione di ” essere nel giusto”.Nessun dramma, nessun cantar di gallo, nessun scotimento d’animo, nessuna grandezza al negativo: paff! un colpo solo, come quando cade a terra un piatto nel bel mezzo di un festino.

E non ha finito, Borzaga. Ci va giu’ ancora e precisa: Così deve accadere e non altrimenti. Che significa: questa non è l’eccezione, ma la regola. Sono debole, sono pieno di limiti, sono pieno di egoismi….In una parola, e senza aggiungere tanto altro, sono io. Detto tutto. Non c’è autoassoluzione alcuna in queste parole così chiare: ma nemmeno l’ombra del senso di colpa, tanto apparentemente nobile, quanto intrinsecamente deleterio e inutile. Nessun autocompiacimento, nessun giustificarsi facile, nessun piangersi addosso. Solo prendere atto della realtà oggettiva di come si è fatti.

E provvedere in merito. Mario non è tipo da lasciare le cose a metà.Se individua la falla, indica anche il modo per porci rimedio. In questo caso direi che lascia affiorare la sua vena poetica, ricorrendo ad immagini liriche per descrivere un atteggiamento che forse gli sarà sembrato indelicato indicare nei dettagli. O, più semplicemente, per parlare di uno stato d’animo piu’ che di una serie di comportamenti concatenati da adottare. “non resta che declinare dolcemente la nube, anche se il sole dell’Amore farà un po’ di fatica ad asciugare il terreno bagnato. “

Non resta che: nessun gesto eclatante, nessuna piazzata, nessun atto plateale.Prendere atto di quello che si sapeva già, e che è bene continuare a sapere: la propria pochezza.E lasciare fare : che sembra atteggiamento passivo, ma al contrario è quanto di piu’ attivo io possa decidere, se lascio campo sgombro a Dio. Il quale , per l’ennesima volta, è evocato qui con la sua Essenza, invece che con il suo nome, ancora quell’ Amore che torna e ritorna e ritorna ancora. E’ Lui il sole, è sua l’azione, è sua anche quel poco di fatica che deve fare per aver la meglio su di me, terreno poveraccio, bagnaticcio, da asciugare.

Mario Borzaga: fatto uguale uguale a me ( e adesso sono cavoli tutti miei).

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