Cristiani per interposta persona.

Leggo un articolo di un importante vaticanista sulla sua partecipazione alla Via Crucis di quartiere. Il pezzo è molto bello: pieno di notazioni elegiache e quasi poetiche sulle fiammelle delle candele, sulle strade e sulle case che per una sera smettono di essere contenitori anonimi e consumati di fretta e di passaggio, e diventano luoghi di vita, riflessione e sofferenza. Comprese le “stazioni” di dolore che alcune abitazioni sono per davvero, ben oltre la potenza evocatrice della funzione e delle pur importanti meditazioni.

Concordo con la bellezza del rito, e mi ci ritrovo.

Ho partecipato a Vie Crucis per vari angoli d’Italia, negli anni, e quelle di quartiere, per le strade, hanno sempre questa connotazione di apertura sulla vita vissuta per davvero: che, per una volta, riesce a entrare ( almeno in qualche momento) nella realtà della religione. Cosa che dovrebbe essere scontata, e invece è rarissima. Nostra maxima culpa è tenere il cristianesimo segregato nelle chiese, nei luoghi deputati e nelle discussioni come queste… mentre invece è fuori da lì che dovrebbe scatenare la sua potenza trasformatrice.

Tradotto: che dovremmo permettergli di scatenare in noi , fuori da lì, la sua potenza trasformatrice.

Per cui, ad esempio: se lo sappiamo benissimo, come sempre lo si sa, dove sono le vere tappe delle numerosissime vie crucis che popolano il nostro mondo personale, dobbiamo proprio attendere una serata suggestiva e solitaria ( che come inizia, finisce e chi s’è visto s’è visto) per prenderne consapevolezza? Cosa aspettiamo a farlo nei restanti giorni dell’anno? Occhio: qui basta che lo vogliamo e lo facciamo noi.

Noi: non il prete, la parrocchia, il gruppo, l’associazione, la diocesi, il vescovo, il papa. Noi. Semplicissimo, che più semplice non si può.

Forse che sia finito il tempo di essere cristiani per “interposta persona” ( interposta appartenenza, interposta abitudine, interposta simpatia ecc ecc ecc)? Come dice il Vangelo del Gestsemani: “Basta, l’ora è venuta. Alzatevi, andiamo.

Mario, che ha preso tutto terribilmente ( e anche con terribile allegria) alla lettera, lo ha fatto. Mi sa che adesso tocchi a me.

Pronti.

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