Via crucis

Il calendario ci aiuta. Sta per arrivare la domenica della Passione. Saremo accompagnati per mano a ripensare ancora una volta ” ai misteri della salvezza”.

Il rischio è che , anche questa volta, ci ripenseremo…almeno per la durata del lungo Passio. E poi? Ce ne scorderemo poche ore dopo.

Propongo un rimedio preventivo. Poca roba, buona da tenere a mente e farsene una bussola preziosa. Il copyright è di Mario Borzaga, manco a dirsi.

La croce non deve essere dimenticata dall’abitudine di non saperla portare (15.12.57).

Sta talmente a cuore, a Mario, dire in due parole quello che lui sa al riguardo, che forza l’italiano a un uso creativo, per risultare più efficace. E non è la prima volta che Mario torna su questo concetto: banalissimo e drammatico, a ben vedere.

La dimenticanza.

Dimenticarsi.

Diciamocelo pure . Siamo abituati ad associare altri verbi alla croce. Portare. Accettare. Fuggire. Caricarsi. Salire. Soffrire. Morire. 

Ma NON dimenticare.

Invece, è così. La croce puo’ , semplicemente, essere dimenticata. Così come puo’ essere dimenticato Dio, o Gesù Cristo. E a nulla giova il riempirsi di immagini, simboli gesti e riti che ce la ricordino. Il fatto steso che ” debba essere ricordata“, significa che esiste una tendenza robusta a scordarsela. Non giova a nulla nemmeno costruirsene una, cercando artificialmente di soffrire fraintendendo la sequela di Cristo. Gesù non ci chiede di soffrire, di andarci a cercare o a costruire croci con le nostre mani. Ci chiede di farci carico di quelle , enormi, che ci sono già e in cui sbattiamo naso e faccia tutti i giorni. Non è Dio che ce le apparecchia, altro inquietante fraintendimento, le croci ci sono e ci saranno sempre: stanno lì. Non ci si illuda: se non le incontriamo, è solo perché le abbiamo dribblate da lontano, tenendocene alla larga.

Poi. La croce E’ LA CROCE. Mario, che non ama nascondersi dietro un dito, manco uno delle sue manone, questo lo sa, e sa benissimo che non è facile portarla. Dove ” non è facile ” è un delicato eufemismo. La croce è croce: pesa, schiaccia, ferisce, trascina a terra, soffoca e impedisce.Questo  quando la si porta. Se ci si sale  poi, tortura, martoria, insanguina, inchioda, immobilizza, tormenta e infine ammazza.

Niente di facile: proprio niente.

E Mario sa anche che la croce NON e’ ” solo” un episodio nella vita di un cristiano: né quello, definitivo e sacro della Croce della salvezza, ma  nemmeno quello, per noi cruciale, che ci attende prima o dopo, alla fine dei nostri giorni. La croce è una realtà multiforme e onnipresente che  è compagna costante nella vita di chi segue Cristo, o almeno ci prova.

Croce nostra ,e croce degli altri. Degli altri, e quindi nostra.  E, cosa straordinaria, dopo Gesù Cristo, nostra, degli altri e di Dio. Quindi Mario sa che esiste anche una convivenza con la croce, e dunque un saperla portare. Specie se uno cerca di farsi carico di croci che ci stanno accanto, o decide di stare fermo ai piedi di una croce che non è la sua: se uno non “impara ” la forza, la pazienza  e il coraggio di portarla, finisce che soccombe e ci stramazza, o se la da a gambe. In entrambi i casi, fallisce nel suo intento.

Ma come si fa, a ” sapere portare ” la croce? Non si fa. Da soli, non ce la si fa. E anche accompagnati, l’impresa è sovrumana. Dunque, conviene mettere in conto la possibilità che uno non impari e non imparerà mai a portarla, sta croce benedetta. Ripartendo ogni volta da capo, barcollandoci e rischiando di crollare ogni volta, sentendone ogni volta l’ ingiustizia, il dolore insanabile, l’assurdità apparente. Prendendosi addosso, alternati, l’orrore e la voglia di scappare e scordare tutto e tutti, pur di andar via da lì….

Mario , in due parole, ci dice e allude a tutto questo. E fa un passetto di più. Nella sua conoscenza benevola ma spassionata dell’animo umano, sa benissimo che ciascuno di noi è bravissimo a costruirsi dei meccanismi di difesa, e che, anzi, alcuni di quei meccanismi scattano già da soli, in automatico, in determinati casi. Così, dal capire di non sapere portare la croce, al non portarla del tutto, il cammino non è lungo, e viene coperto facilmente grazie all’abitudine: ci abituiamo all’idea di non essere capaci, e così l’incapacità viene depotenziata, disinnescata come possibile fonte di tensioni, problemi, sensi di colpa, viene assimilata pacificamente e , voilà, ci siamo costruiti un ottimo alibi pronto all’uso e alla bisogna per girare al largo dalle croci che avvistiamo, per quanto vicine ci siano: io, tanto, non sono capace, non so portarla…..

Così, un ultimo scatto, e il cerchio si chiude. Assodata e introiettata questa incapacità, tradotta nei fatti in un sgombero perenne delle croci eventuali dal nostro orizzonte quotidiano, delle croci stesse ci si puo’ dimenticare, con la banalità ripetitiva che solo l’andazzo quotidiano sa imprimere.

Dimenticare , e dimenticare integralmente.

Credo che quella frasetta sia un buon viatico, che il nostro “autostoppista” a bordo ci allunga questa sera, per la ennesima partecipazione nostra ai riti della Passion ormai prossimi.

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