Gioventù bruciata.

Un giorno  che non ricordo della scorsa settimana.

Una ragazza, che non aveva mai sentito parlare di Mario Borzaga, mi fa qualche domanda sul suo conto: e, sentita la sua giovane età e il 1960 come anno di morte, se ne esce con questa domanda divertita: è stato un santo beat?

Possibili deragliamenti della comunicazione.

Però l’accostamento mi è rimasto nell’ orecchio, come la proverbiale pulcettina.

Gli anni sono quelli, anche se diversissimo il contesto e le esperienze. Da qui la domanda a prima vista improponibile: si può accostare in qualche modo Mario alla beat generation?  Quella di Kerouac, per capirsi ( di formazione cattolicissima, peraltro).

Dopo un primo contraccolpo iniziale di incredulità assoluta, mi accorgo che la cosa non è poi del tutto impossibile.

Intanto, basta un’occhiata alle foto di Mario in Laos, a quelle dei suoi giovani colleghi di Missione ( e di martirio) che in quegli anni condivisero il suo cammino di passioni e di Passione e di gloria, per vedere come le facce, le espressioni, certi particolari (gli occhiali- per dire- ) insomma l’atmosfera  delle immagini sia visivamente simile a quella dei loro coetanei americani dell’epoca, che  proprio in quegli anni, in vario modo, rompevano schemi e manifestavano inquietudini esistenziali (quanto velleitarie).

Poi, proprio nella inquietudine, ci può stare un tratto di fondo comune.

Certo: diversissime nelle premesse, nella sostanza, e soprattutto nella espressione e nelle realizzazioni di vita, le inquietudini beat e quelle del giovane missionario oblato. Ma inquietudini entrambe. Rifiuto di una esistenza comoda e programmata, ricerca di risposte spirituali autentiche, spinta a muoversi in continuo ( on the road Mario in Laos lo è stato veramente , ci è campato e ci è pure morto, anche se le sue roads erano diversissime dalle strade statunitensi ed europee).

Le analogie finiscono qui, naturalmente.

Quello che nella beat generation è stato avvertito come disagio esistenziale – intenso quanto indistinto –  si è manifestato nel rifiuto di una griglia di valori, modi di vivere e di pensare sentiti come una imposizione e una gabbia, e  ha finito col generare  esperienze fortemente individualistiche, incentrate sulla ricerca di facili edonismi e di sensazioni tanto appaganti quanto fini a se stesse; e anche la connotazione spirituale, quando ci fu, si manifestò in un generico quanto sincero spiritualismo emozionale, più che altro.

In Mario, nessun disagio generazionale, nessun rifiuto libertario, nessuna ricerca di vie di fuga artificiali:  solo un incontro personale su cui scommettere la  vita, una scelta radicale, un innamoramento appassionato. Da qui, e non da altro, il suo rifiuto di una esistenza che poteva essere comodamente tracciata su collaudati binari tradizionali, una scelta spirituale “estrema” – ma concretissima – come quella missionaria, il suo desiderio inarrestabile di andare per davvero ( senza aiutini di alcun genere) oltre i propri limiti e oltre se stesso, il suo tenace scardinare ogni prospettiva individualistica  (prendendo senza tanti complimenti il proprio ego a sonori ceffoni, se del caso) fino al desiderio bruciante del dono completo di sé.

La differenza , a ben vedere, sta tutta nel modo di intendere quell‘oltre.

I protagonisti della generazione beat  lo intesero e lo incarnarono in storie di vita spesso compulsive, in caccia di sensazioni ed emozioni sempre nuove  e spesso distruttive; Mario lo visse al contrario in una direzione opposta, quella dello staccarsi progressivamente da se stesso dandosi agli altri e a un Altro in modo specialissimo, e guardando ben in faccia sensazioni ed emozioni spirituali anche molto intense e quasi “scandalose” per la sensibilità religiosa del tempo , ma blindandole, per dir così, nell’ottica e nello spirito del Vangelo vissuto sulla propria pelle e nella quotidianità delle proprie giornate, prima ancora che nella propria fede ardimentosa.

C’è un termine che è passato quasi in proverbio, quello della ” gioventù bruciata”, che da allora definisce  il genere, se non il prototipo, del beat man. A ben vedere, anche quella di Mario lo è stata: in senso letterale, però. Una gioventù che ha preso fuoco, si è lasciata bruciare, senza ritegni, e , rapidamente, è arsa fino all’epilogo che conosciamo. Che poi , epilogo non fu, ma inizio di ogni cosa.

Diverso il fuoco, diverso lo spirito, diversa l’intenzione, diverso tutto.

Per cui : nessuno si scandalizzi di questo paragone un po’ azzardato.Ma nella sua vita e nella sua morte, perché no, qualche vena beat mi piace scovarla  anche nella santità borzaghiana.

  • In copertina : l’attore James Dean , foto del 1955

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...