Prendi.

In questo giorno freddo e pieno di vento, prendi , Maria, le nostre sofferenze, la nostra miseria, perché noi siamo schiavi della nostra debolezza.

Diario di un uomo felice ( 17. o1.1959)

 

Certo: si sarebbe potuta scegliere un’altra frase, tra le tantissime che Mario scrive nel suo Diario a proposito di Maria. Una presenza costante, costantemente richiamata, con tutti gli accenti di tenerezza e di devozione che si possano immaginare. Con particolare riferimento ai titoli di Vergine Immacolata e di Vergine Addolorata : la donna della purezza e , contemporanemente, la donna che ben conosce il patire, se posso rubare  le parole della profezia prefigurante il Figlio. Ma, in entrambi i casi , senza  nessuna indulgenza compiaciuta su nessuno dei due aspetti : nessun eccesso poetico, nessuna smanceria eccessiva. Mario resta di poche e asciutte parole anche quando manifesta un affetto e un legame del tutto particolari.

 

Il fatto è che  la frase che riporto all’inizio, scritta quando ormai manca un anno e qualche mese alla morte di Borzaga, secca cosi come è, mi pare la più incisiva e la più importante. Secca, sì: come in tutte le pagine degli ultimi mesi, nelle parole di Mario non c’è più tempo per nulla. C’è solo più la consapevolezza della strada da compiere- la stessa che è toccata a Maria – che domina su ogni cosa e assorbe ogni forza e ogni attenzione. La Vergine, qui torna ad essere “solo” Maria: anch’Essa ridotta all’essenza .Donna dei dolori, quindi donna che sa, eccome se sa. Chi scrive da per scontato che tutti e due parlino e capiscano  ormai la stessa lingua. Non servono più tante parole .Quanti giorni – come quello in cui  Mario scrive- saranno state giornate di Maria, ” fredde e piene di vento“: senza piu’ Figlio,  zeppe di solitudine e di gelo interiore? In quante, anche Lei avrà sentito le spalle cedere sotto il peso spaventoso della sofferenza?

Mario questo ormai lo sa, e lo vive.La maternità spirituale di Maria è a questo punto ben oltre un sentimento devoto, è pane quotidiano della sua esistenza: e tra un madre e un figlio, quando mai servono tante chiacchiere? Qui non ce n’è più nessuna: prendi, e basta. Prendi quello che ho: freddo e vento fuori, dolore e miseria dentro. Prendi, io non ho altro. Sono schiavo della mia debolezza. Fine.

A ben vedere  è  proprio in quel ” prendi“, il grimaldello che scassina quello che potrebbe sembrare pessimismo e disperazione. In quel “prendi” e in quel ” noi” , usato al posto dell’io che ho utilizzato qui sopra. Se c’è un “prendi”, c’è sottinteso ( dalla fede) Qualcuno che lo può fare; che ( lo sappiamo per fede ) non prende e basta, ma prende e da. Se c’è un “noi”, non sono prigioniero del mio dramma esistenziale, non sono chiuso nel mio IO; sono con gli altri,insieme: e chi prende, prende da tutti e per tutti. Così, in una parola, quella che poteva essere una frase disperata, diventa spalancata su un orizzonte aperto.

Mi ci metto volentieri anch’io, in quel noi utilizzato da Mario. Ho tutti i titoli per farlo. Mi ci metto,  insieme a tutti quelli che conosco che sono piegati da sofferenze di ogni tipo. Quelli che il freddo e il vento se li sentono ormai dentro come compagni d’anima.Quelli che sono dominati , magari schiacciati , dalla sensazione della propria miseria umana.Quelli che avvertono con una stretta allo stomaco tutta la loro impotenza, tutta la loro impossibilità a cambiarsi, tutta la lacerazione di voler essere migliori e di non potersi migliorare di un pelo. Mi metto tra quelli che vorrebbero dire  “prendi tutto questo“: ma non riescono nemmeno   a dirlo, perché non hanno più voce o non hanno più forza per farlo; e così lo mormorano, lo piangono dentro di sé, osano pensarlo appena. Mi metto tra quelli che non sanno  nominare la Vergine, e che , a occhi bassi, riescono appena a dire: Maria.

Che Maria & Mario prendano , in questo momento, i miei e tutti  i nostri poveri pesi.

 

 

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