Armando, sei tutti noi.

Alla fine, sembrerebbe di poter dire, l’uomo felice lasciò il posto ad Armando.

Di chi si tratta? Di un alter ego, scelto da Mario per l’ultimo periodo delle sue cronache quotidiane, che re-intitola Diario di un missionario di montagna. Qui Mario abbandona anche la narrazione in prima persona, e si sposta su una modalità di racconto  in terza: come se, dicendoci  la storia di quest’altro lui stesso, ci parlasse di un personaggio diverso da sé.

Non è così: anzi, l’accorgimento narrativo, chiamiamolo in questo modo, gli  permette una visione ancora più lucida e impietosa , che in certi momenti si fa severa e persino rigida.Non c’è nessuna presa di distanze dalle vicende raccontate, non si tratta di uno storytelling di salvataggio, che permetta di allontanare, fissandole sulla pagina, giornate sempre più difficili. C’è , al contrario, una oggettività da cronista che , senza abbandonare lo scandaglio delle profondità spirituali, le depura via via, le asciuga da ogni  facile ottimismo ( già raro in partenza) , le “pota” senza nessun riguardo.

E’ il momento della presa di coscienza definitiva della realtà nuda e cruda.

Dell’abbandono di ogni illusione.

Della considerazione lapidaria ( tutto il resto è superfluo ) della propria fragilità e della propria debolezza. Declinate, queste ultime, in tutte le possibili varianti: dalla paura, allo scoramento, al peso della solitudine, a quello della fatica fisica e della fame.

Una lunga traversata disincantata attraverso la fatica di una vita che si fa sempre più in pericolo, stentata, solitaria, di magrissime gratificazioni di qualunque genere.

Ma anche una  preparazione al dono di sé e al sacrificio definitivo altrettanto lunga.

Tra tutte le pagine di Mario,queste sono  quelle che mi commuovono  e mi provocano più intensamente. Quelle che fanno toccare con mano ancora una volta come  le sofferenze, che pure non hanno di per sé nulla, ma proprio nulla di bello e di santo, riescano talvolta ad affinare un’anima: come una matita che passi per la tortura del temperino. Non è più il tempo delle proclamazioni di felicità: è il tempo di vivere quella particolare e scandalosa “felicità” che schizza lontano dal concetto comune che normalmente ne abbiamo, e che sembra consistere invece nel sovrapporsi e identificarsi con Gesù Cristo, che  se ne va verso la Sua passione e la Sua gloria. E’ un po’ come se dalla lettura di queste pagine, in cui tutto sembra essere prosciugato  a parte la fede di ogni giorno, saltasse fuori in controluce l’affermazione che si legge nel Vangelo : per questo sono nato, e per questo sono venuto in questo mondo:per dare testimonianza alla verità. 

Stando così le cose, perde di significato la mia affermazione iniziale sul fatto che l’uomo felice  avesse lasciato il posto ad Armando. Non è così. Mi sembra più corretto dire che l’uomo felice si è realizzato strada facendo , diventando Armando.

Dunque: benvenuto, Armando. Sei tutti noi.

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