M, come Mario

Potrebbe sembrare temerario iniziare l’ultima parte di questo viaggio verso l’undici dicembre, da qui: dal cuore stesso della vicenda di Borzaga. Cioè da lui. Accostarsi al nocciolo di una persona, al suo nucleo incandescente e profondo, è sempre cosa improba e rischiosa. Lo è  per chi quella persona l’ ha conosciuta direttamente e bene… figurarsi per uno come me, che non la abbia mai vista né incontrata. Eppure  due considerazioni mi rinfrancano in questo azzardo : la prima, già detta ma mai abbastanza sottolineata, è che c’è il Diario di un uomo felice che mi mette in mano le chiavi di porte altrimenti inaccessibili. La seconda è che questa persona sta per diventare qualcosa di diverso e di universale, con la proclamazione ufficiale della sua beatificazione. Non piu’ solo Mario, come io sono Lorenzo, ma un santo di Dio, patrimonio- per così dire- di tutta la cristianità.

Impossibile semplificare un santo. Anche se, di fatto, è quello che si fa.In questo modo però non gli si rende un buon servizio, pur con le migliori intenzioni.Il rischio è di perdersi per strada la  sua complessità e le  sue mille diverse sfaccettature. Quindi bisogna sforzarsi di tralasciare ancora per un momento il Borzaga Beato Martire e tenere gli occhi puntati su Mario così come si racconta con le sue parole: non per voyerismo, ma per affetto e per voglia di capire e di penetrare il suo “mistero”.Apparentemente si potrebbe dire che ogni santo, preso nella sua interezza, è prima di tutto questo: un mistero , a prima vista insondabile.Ma se si cerca di calarsi al suo interno, ammesso che lo si possa fare, e questo è uno di quei felicissimi casi, ci si rende conto che mistero poi non è. Non ci sono zone d’ombra o di penombra in Mario.Non ci sono  estasi e voci che piovono dall’alto. Non ci sono irruzioni del soprannaturale , né esterne né interne.C’è l’ordinaria vita e la ordinaria natura di un ragazzo che, in modo veramente e clamorosamente straordinario, prende sul serio, prende per davvero, l’esistenza e la presenza viva di Gesù Cristo nella sua storia.Tutto il resto- ed è veramente tanta roba e meravigliosa- discende, piano piano, da qui.Spiritualmente e nella  vita quotidiana.

Chi è, insomma, Mario per se stesso? La domanda non è oziosa , ma fondamentale.Perché mi puo’ aiutare a darmi una serie di risposte centrali ai punti interrogativi che costellano anche la mia storia. Mi pare di poter dire che Mario si consideri  il primo pezzo di terra da dissodare, il primo, essenziale campo di lavoro su cui mettere le mani, il più duro e il più difficile da mettere a frutto. Va bene la consapevolezza della propria natura limitata, va bene la libera considerazione del suo essere nulla ma poter essere tutto nell’ottica di Dio; ma questo non lo accontenta e non lo pacifica. In poche persone come in Mario si avverte il senso della responsabilità del proprio tempo e dei propri atti. Che è cosa ben piu’ profonda del senso del dovere,  più facile e assai, assai meno impegnativo. Il senso del dovere è quello del buon soldato: “qua i compiti, qua gli ordini, eseguire, signorsì”. Il senso della responsabilità è sapere che gli ordini non sono così chiari, che i compiti vanno interpretati, che più che eseguire bisognerà  consumarsi fino alla fine della fiamma: e questo necessita una continua tensione nell’interrogare se stesso, i fatti della vita e della giornata, Dio.Il senso della responsabilità non consiste solo nella paura di fare il male (che sia un malino o un malone) con il mio tempo . Significa sapere di avere tra le proprie mani un potenziale e una miniera in grado di cooperare alla salvezza delle anime e del mondo insieme al proprio Signore. Il paradosso apparente di un’anima che non si fa mai sconti e che si considera  per quello che è , ma che sa di potere ( ed è innamorato all’idea di farlo) partecipare in modo attivo, con l’offerta libera  e totale di sé, al piano di Dio sul mondo, esplode in tutta la sua potenza dalle pagine del Diario e lascia turbati e inquieti.

E’ un sano turbamento e una sana inquietudine:  guai a smorzarli e a metter loro la sordina. Meglio lasciarli lavorare in segreto, come il lievito invisibile nella gran massa della mia pasta inerte.

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