The young priest.

Come molti, sto guardando in questi giorni in tv  The young pope, l’ultima opera di Paolo Sorrentino.Seguendola, e ripensando alla vicenda di Mario che sto ripercorrendo negli stessi momenti, mi è venuto da pensare quanto successo potrebbe avere una analoga serie su di lui, magari intitolata The young priest… Lo so, lo so è una sciocchezza: eppure è una domandina che non riesco a togliermi dalla mente. Mi sono pure elaborato una risposta: ne avrebbe molto, molto meno.

Intanto perché, c’è da scommetterci, una eventuale fiction che parlasse di Mario andrebbe a ripercorrere le collaudate strade dei filmoni agiografici televisivi sulle vite dei santi.E’ un vero e proprio genere, che sforna prodotti di buona qualità estetica e di scarsissimo ( mi si perdonerà) spessore emotivo. Prodotti patinati e divulgativi che a me sono sempre sembrati la versione tecnologicamente aggiornata e assai più ricca delle “filmine” che ci proiettavano a catechismo da bambini.In sintesi:  prodotti che vogliono essere edificanti a tutti i costi,  educativi a tutti i costi, e così facendo, mancano i due bersagli in un colpo solo. Questi  filmoni, luccicanti e accurati nella forma, nella sostanza sono comodi come vecchie pantofole, vogliono indurre a  generici buoni sentimenti, strizzano l’occhio a facili commozioni, non disdegnano le” romanzature” d’appendice, evitano con cura di mettere a disagio lo spettatore; che deve essere preso per mano e accompagnato nel paese delle meraviglie della santità. Mario, con la sua vita vissuta tutta in contropelo, non se lo meriterebbe. E se pure si trovasse una mano che riuscisse- impresa improba- a esprimere  una lontana ombra del vulcano che ribolle nelle pagine del Diario di un uomo felice, mi viene da farmi una seconda domandina. A chi interesserebbe,veramente, un film così?

Resto, per semplificare, nel campo dei credenti: quelli da cui ci si potrebbero aspettare audience ed entusiasmo. Il fatto è che  non sono sicuro che una figura come quella di Mario, mostrata nella sua realtà vera , potrebbe suscitare audience ed entusiasmo.Un conto è la storia di “Pio XIII” raccontata da Sorrentino: una fantastoria, un  fantapapa, verosimili entrambi, ottimi per far dire la propria all’infinito su temoni “appassionanti” quali tradizione&innovazione, papato progressista / papato conservatore, vaticano si,vaticano no, vaticano ni….insomma tutta quella serie di argomenti che oggi tiene banco con fragore e polverone in campo cattolico, dilagando da ogni  pertugio del web in interminabili, logorroiche, estenuanti discussioni.Ben altro conto sarebbe la storia vera di un giovane prete vero che dopo tre anni di missione in uno sperduto angolo di Asia è stato fatto fuori e mai  piu’ ritrovato ( e qui, una storia alla” Mission” ci potrebbe stare eccome); in compenso ci ha  lasciato  un libro che è una bomba atomica per chiunque ci si accosti, e una bomba in esplosione se ad accostarsi è un cattolico.Ecco,raccontare questo, la vedo come cosa dura: ogni pagina di quel diario NON PUO’ essere letta senza conseguenze dirette sulla coscienza di chi legge, senza che l’essere cristiano di costui venga preso per il bavero e sbattuto spalle al muro dalle domande implacabili e urticanti che Mario fa a se stesso.E’ vero:anche Mario, nel Diario, parla; e parla molto. Però, quello di cui parla, vive. E solo di quello parla.Se parla di futuro e di domani, non lo fa in teoria: si limita a intravvedere le conseguenze in arrivo delle sue scelte adesso.Quando parla di martirio, non lo fa in generale: parla del martirio suo, che sa possibile, probabile, conseguente, e che infine vive.Quando ne parla, non cade in deliquio mistico, pur raggiungendo delle vette altissime e vertiginose, ma resta ben ancorato alla realtà, alla povertà, alla limitatezza della sua pasta.E’ co sta pasta che se fa  gnochi, scherza in un passo, citando  mi pare Papa Pio X.

Il risultato è che io, spettatore che guardo dal di fuori, non me ne posso stare comodamente buttato sul divano a vedere come va a finire la storia: in questo caso, lo so già. Né me la cavo con una lacrimuccia ed un sospiro rivolto alla vicenda eroica e sfortunata ; non posso mettermi a discutere sul web di martirio sì, martirio no, martirio forse, in punta di forchetta, che sia  teologica, ecclesiale, sociale …no no no, manco per niente. La vicenda di Mario non è stata né sfortunata né eroica: lucidamente scelta e vissuta fino alle logiche e  estreme conseguenze di coerenza , con tutte le sane paure, i sani tormenti e le sane battaglie interiori che chiunque affronterebbe -e affronta- per molto, molto meno. Il martirio di Mario, che ho ripercorso ieri e ieri l’altro, sta lì, nudo e crudo, senza musiche in crescendo e cieli che si aprono, a dirmi: le cose sono così, sono andate così per lui, chi ti dice che non potrebbero andare così per te? E se così fosse, io , io in persona, che farei?

Nella sigla di The Young Pope,  bellissima a vedersi, il papa aitante fa una passerella sullo sfondo delle opere d’arte cristiana più famose  al mondo,e, sul finire, si volge verso l’obiettivo e schiaccia l’occhiolino a me che guardo. Che può voler dire: “sta a vedere, mo’ li frego, sono un grande”…. e altre cose dello stesso tipo. Pure Mario, the true young priest, dalle colonne del suo Diario, quell’occhiolino me lo strizza: e continuamente. Il fatto inquietante è che si tratta di un occhiolino assai diverso,  che vuol dirmi una cosa sola: andiamo? ti decidi?

( Beeep beeeep beeeep. Campanelli d’allarme a distesa. Pericolo, pericolo,pericolo……)

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