I santi siamo noi.

Sono amico di Mario da tanti anni.Da quando mi cadde lo sguardo su una copia del suo Dario di un uomo felice  su uno scaffale laterale della libreria delle Paoline, a Torino. Vidi quella faccia così poco da copertina,che ne rimasi immediatamente incuriosito. Allora eravamo più o meno coetanei. Adesso, non più: lui è rimasto per sempre ai suoi anni verdi, che si è portato nella gloria;  io sono qui che invecchio. Ma la comunanza di linguaggio e di sentire è rimasta la stessa e il ” dialogo” , quello non si è mai interrotto.

Invito chi fosse incredulo sull’utilizzo del termine “dialogo” , a fare un semplicissimo esperimento. Prendere in mano quel magnifico Diario – ho saputo oggi che è prossima la sua ristampa da parte della Editrice Missionari OMI- e aprirlo, leggerlo, dedicargli attenzione: è Mario che ti parla in diretta,  che ti interroga e ti interpella dal profondo della sua esperienza. E’ come se parlando di se stesso , in confidenza estrema, parlasse in realtà di tutti e senz’altro di me. Nel senso che leggendolo, mi arrivano intuizioni, echi, improvvisi squarci di comprensione che mi aiutano a fare luce e ordine su un sacco di roba che mi porto dentro inespressa.

Una delle cose sorprendenti di Mario è la naturalezza, la spontaneità con cui parla, in tutte le sue pagine, di santità. Ma lo fa in un modo tutto suo, senza il tono devoto e l’aria da sacrestia che spesso accompagnano l’utilizzo di questo termine.La santità come una chiamata che ci viene rivolta. Insistente, ripetuta, mai sazia e mai stanca da parte di Dio.In un punto Mario si esprime dicendo di essere perseguitato dalla Sua grazia.. Allo stesso tempo, con estrema franchezza, Mario non si nasconde nemmeno un grammo della sua inadeguatezza nel rispondere a questa chiamata; senza che per questo abbandoni mai l’idea di seguirla con ogni forza e nonostante ogni risultato limitato.Ne discende una visione in process della santità, una prospettiva di combattimento , ma senza fanatismi, di meta da raggiungere mai sicura eppure  mai messa in discussione, di forze sempre carenti ma continuamente rigenerate in un contatto continuo e senza veli con Dio.

Nulla di bigotto, di invasato, di sopra le righe nella visione della santità e della sua ricerca da parte di Mario. Al contrario, molto di pragmatico, di concreto, di solido, di quotidiano. A ben vedere l’esatto opposto di quanto, correntemente, siamo abituati a fare con i santi. Presi, staccati da noi, piazzati su un piedistallo e su una pala d’altare,finisce che ne facciamo qualcosa di così diverso lontano e irragiungibile  da proclamare con convinzione : in fondo non sono mica un santo!

La sfida di Mario, in questo caso, è chiedermi: e chi lo dice? E’ ricordarmi: non lo ero nemmeno io.E’ farmi capire che una tattica rinunciataria, nei confronti della sanità, sembra una scelta obbligata e comunque molto comoda, ma in realtà significa una occasione irrimediabilmente perduta, una perdita di tempo e di vita non più rimediabili. Seguendo questo pensiero, mi accorgo che Mario, in questo, si inserisce a pieno titolo in una enorme schiera: che parte da Maria, Giuseppe , gli apostoli, e procede via via con tutti i santi e i martiri della storia . Tutta gente che ha sbattuto mille volte la faccia contro i propri limiti, che si è resa conto “di non sapere amare”, che ha sentito la vita ingiusta e si è domandata a un certo punto dove fosse veramente Dio. L’inabilità, la debolezza, l’incapacità a risolvere: sono  denominatore comune di tutte queste storie. Io ho dato a tal punto importanza all’eroicità delle virtù cristiane, da dimenticarmene.

Risultato: l’assenza di quella eroicità, e , in me, l’assenza stessa di molte virtù, mi hanno consentito per fin troppo tempo di accomodarmi in poltrona a guardare come in un film la santità dei “santi veri”. Ma quali ” santi veri”? I santi siamo noi: siamo chiamati ad esserlo.  La mia inabilità, la mia debolezza, la mia incapacità a risolvere, sono le stesse che Mario non si stanca di scandagliare e di descrivere in sé, e sono le stesse che hanno sperimentato tutti i santi. C’è un filo rosso che mi lega a loro, ed è la possibilità (  Mario  direbbe la vocazione e quindi la necessità) anche per me di collaborare con Gesù Cristo, attivamente. La santità è attività, è vita spesa, è vita vera: mia attività, mia vita spesa, mia vita vera. Dio avrebbe potuto salvare il mondo da solo: ha scelto al contrario di avere bisogno di noi. Senza il sì di Maria e di Giuseppe, nulla sarebbe stato; senza quello degli apostoli , il cristianesimo sarebbe abortito; senza quello dei santi e sante e martiri, sarebbe morto e sepolto.

E SENZA DI ME?!
Ok: è naturale,  giusto, giustificato, sano e indispensabile che io scopra i miei limiti, guardi in faccia le mie paure, senta le mie inadeguatezze, mi rattristi, mi deprima, mi scoraggi: se non lo facessi, non avrei il senso della realtà e della misura. E’ logico e sano e naturale che io mi confronti con Dio, gli chieda conto, gli pianga addosso, batta i pugni sul tavolo, persino che  gli urli dietro.
Ma poi, devo arrivare lì.
Alla consapevolezza che è Gesù che mi ha messo gli occhi addosso, mi ha scelto, mi ha chiamato. Che mi ha legato a sé con il suo sangue. Che io non sono più’ mio.
Ogni volta che io mi chiudo in me stesso, io, personalmente e per sempre, vanifico un pezzo della croce di Cristo.
IO POSSO AMARE, mi fa toccare con mano Mario. Contro ogni apparenza e contro ogni evidenza. Lo so: ne devo avere di fede per credere questo!! Eppure, in fondo, credere nel Dio di Gesù, credere che Gesù è Dio, non vuol dire proprio credere questo ?

Se le pagine del Diario di un uomo felice, riescono a cavare qualche riflessione anche a un caprone come me, capite che devono essere veramente una grandissima cosa.

 

 

 

 

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