Mario Borzaga,o della felicità (2)

Già: mi stavo domandando, dove starebbe la felicità, nella vita di Mario?

A maggior ragione considerando che questa vita  si interrompe bruscamente, violentemente, strappata da un pugno di  guerriglieri, in un modo. tanto crudele quanto passato sotto silenzio (tanto che solo anni dopo si è potuto ricostruirlo attraverso le testimonianze circostanziate).

Sarò sincero. A prima vista, secondo i parametri abituali, in nessun modo avrei definito una vicenda come questa indicandola come quella di un uomo felice.

Mica scemo.

Non esageriamo.

Il fatto è che i miei parametri abituali sono diversi, tarati su grandezze e lunghezze d’onda differenti da quelli di un’ottica cristiana per davvero. Così, quando io parlo di felicità, faccio più che altro riferimento allo stare bene, al bene essere, se non al benessere materiale vero e proprio; alla assenza di problemi; alla mancanza di difficoltà; alla latitanza del dolore.Intendiamoci: nulla di male in queste categorie, sempre e comunque auspicabili per chiunque.In questo modo, la felicità me la rappresento- in effetti -come una aurea mediocritas  portata all’ennesima potenza, possibilmente sempre più aurea e sempre meno mediocritas….

Non così fa il cristianesimo: che, utilizzando la terminologia di gioia, introduce un significato che è al contrario declinabile in tutte le tipologie dei fatti, comprese le più dure e dolorose.La felicità del cristiano ha a che fare con la pienezza di vita, con la vicinanza con Dio, con la scoperta del Suo piano su di te, con lo stupore di essere spedito in giro come parte di un progetto più generale di salvezza del mondo.Ha a che fare con la capacità di amare e con l’intensità di questo amore ;  con la mancanza di resistenza e di pudore nel lasciarsi amare ; con la potenza di dare se stessi fino al ultimo goccio a nostra disposizione, senza tenere nulla.Categorie, come si vede, che sono scandalose anche solo a nominarsi: doppiamente se lo facciamo collegandole alla felicità.Eppure è nell’accettare fino in fondo questo scandalo, nel farlo nostro, nel renderlo visibile in tutti i nostri giorni, nel farci noi stessi pezzi di  questo scandalo viventi, che risiede il ” per davvero” di un modo di vivere e di e vedere le cose cristiano che non sia formale e farlocco.

E Mario mi sfida esattamente lì: sul terreno di quel  “cristiano per davvero“.

In generale , io pongo in antitesi sofferenza e felicità. Mentre il Vangelo mi mostra che non di questo si tratta.Ovvio:non si tratta nemmeno di cascare nell’equivoco opposto, nel dolorismo compiaciuto, ci mancherebbe. Si tratta di avere una visione pragmatica, realistica, concreta della mia esperienza , in cui la sofferenza, e tanta, ha la sua insopprimibile presenza. Si potrebbe anche dire, estremizzando, che forse proprio qui sta una delle chiavi della felicità cristiana: non nel cercare col lanternino privazioni, fustigazioni e cilici, anzi.Ma nel farsi carico, nel non scappare via, nel prendersi addosso, ove sia possibile, le sofferenze che la vita ci semina intorno e che ci sovrastano da ogni lato.E farlo  non per dovere,ma perché è quella la vera natura della nostra inclinazione.Quindi farlo con fantasia, con tenacia, con passione in una parola. Che è quello che Gesù chiama a fare chi mai volesse seguirlo.

Questa felicità, non solo non elimina, ma prevede, contempla, incorpora e trasfigura le  difficoltà, i problemi, i dolori, il soffrire. Senza darne chissà che visione epica e titanica: no no no, tutto al contrario.Berta in sacco, gambe in spalle e pedalare. Ciascuno nel suo campetto, ciascuno nella sua piccola cerchia, ciascuno nel suo orizzonte oscuro e misconosciuto dagli altri.Abbarbicati a Cristo , fidandosi ciecamente della sua parola e della sua promessa, gettando il cuore e la ragione oltre ogni ostacolo .

E’ retorica, tutto questo? Potrebbe anche esserlo, se non ci fosse Mario: uno esattamente come me, che mi mostra come tutto questo sia stato il suo pane quotidiano, la luce e la sostanza dei suoi giorni e delle sue notti, l’esile ma indistruttibile filo che lo ha portato dal Trentino  al Laos. Già: il suo pane quotidiano  per davvero, e il suo diario me lo racconta.E niente è meno retorico e più vero del pane che addenti tutti i giorni.

 

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