Mario Borzaga, o della felicità (1)

Come ho detto, Diario di un uomo felice si intitola quello che Mario ha tenuto lungo gli anni della sua formazione e della sua missione.Come tutti i diari, è scritto per NON essere letto dagli altri.Da qui discende il tono particolarmente intimo, senza veli e senza remore, con cui Mario  manifesta la sua passione e il suo sentimento, la sua fede e la sua miseria, il suo slancio di fuoco e la sua desolazione.Quando si scrive in un diario, ci si mette a nudo senza troppe preoccupazioni e senza quei ” rispetti umani” che uno indossa automaticamente al dover parlare di quegli stessi argomenti in pubblico. Allo stesso tempo va  detto che non c’è, in quelle tante e fitte pagine, nessun compiacimento, nessuna leziosaggine, nessun cedimento al gingillo spirituale e al guardarsi l’ombelico.Lo sguardo di Mario resta lucido, disincantato, alieno da ogni retorica, sia che fissi la profondità della sua appassionata fede, sia che consideri la pochezza delle sue azioni. Ne risulta una lettura che resta sempre sotto l’impressione di una veridicità e di una credibilità assolute.

La prima sfida che mi arriva da Mario, sta in questo.In quel “felice” attribuito a  se stesso.

Uno guarda rapidamente la biografia, e si trova davanti ad un ragazzo che , pieno di doni e di potenzialità ( tra cui la scrittura e il pianoforte ), lascia tutto per la vita religiosa.Poi, una scelta radicale ulteriore: la missione.Che vuol dire addii su addii, e orizzonti sconosciuti.Si imbatte a seguire nella realtà prosaica e senza clamori di quella missione stessa: così lontana da ideali fulgidi e palpitanti e così meschinamente vicina alle piccole, infinite difficoltà minute della esistenza quotidiana di ogni giorno.Si sente descrivere solitudine, pochezza di risultato, sconforti successivi, e il bruciore di una passione ingabbiata nella routine delle piccole cose,ma non per questo meno ustionante.Fa la conoscenza di  un alter ego, che Mario sceglie per se stesso per l’ultima parte del suo diario,forse per fissare con ancora maggior oggettività e distacco quella che gli appare la sua  crescente inadeguatezza. Di fronte alla enormità del lavoro, alla fatica delle giornate, all’isolamento in un angolo di mondo sperduto, alla grandezza sempre più avvertita del rapporto con Dio nella sua storia.

Ecco. Uno guarda tutto questo e si domanda : ma dove starebbe mai, in tutto ciò, la felicità?

 

 

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